Chissà che effetto fa portarsi a casa un diamante che, oltre a essere di una bellezza strepitosa, è un testimone silenzioso della Storia… Qualcuno ci è riuscito oggi, a Ginevra, all’asta di Sotheby’s, sborsando 9,04 milioni di franchi svizzeri. Magari stasera, in una lussuosa villa sulle sponde del Lemano, con nonchalance porgerà alla moglie/amante/fidanzata un cofanetto che contiene un regalo degno di una regina: il Beau Sancy.
Lo so, ho visto troppi film. In realtà, facendo un gioco d’immaginazione, è più probabile che si tratti di un ricco collezionista, che a quest’ora avrà già depositato il Beau Sancy – il diamante rosato a forma di pera da 35 carati – al sicuro nel forziere della sua banca svizzera. E prima di farlo, immagino che l’avrà accarezzato per dieci, venti minuti, forse più, rigirando tra le mani il suo tesoro, aggiudicato dopo 8 minuti molto combattuti a un prezzo cinque volte quello di stima. Gusterà un piacere tattile pensando a Maria De Medici, regina di Francia, che nel 1610 lo indossò alla sua incoronazione. Oppure rievocando le famiglie reali che l’hanno posseduto, scorrendo la lista dei proprietari di questo diamante che, come un albero genealogico, conduce fino al mitico Nicolas de Harlay, Signore di Sancy (1546-1629), che per primo lo acquistò a Costantinopoli e lo vendette nel 1604 a Enrico IV.
Veniva da lontano, questa pietra meravigliosa. Dall’India, come il più celebre Koh-i-Noor, passato attraverso le mani di abili mercanti lungo la via della Seta e probabilmente cresciuto di valore a ogni cambio di proprietà. Profumava di incenso, di spezie e di fatica, quella dei minatori che strapparono alla roccia questo prodigio.
Diamanti come il Beau Sancy regalano l’ebbrezza del possesso, ma ricordano anche quanto effimero sia l’appetito umano per ottenerlo. Business is business, ma avrei gioito di più a vedere il Beau Sancy nelle vetrine di un museo prestigioso, per ricordare a qualsiasi visitatore la sua incredibile storia. Già, perché è una delle poche pietre al mondo di questo valore la cui “vita” sia ben nota, in tutti i suoi passaggi, e la sua avventura è un tuffo nella Storia.
Sarà felice, il nostro collezionista? Chissà. È l’atto dell’acquisto a scatenare la gratificazione, amplificata – nel contesto di un’asta – dal piacere della sfida sostenuta e vinta. Ma quando le luci si spengono, la gioia del possesso scema… Come per qualsiasi acquisto. Mi piace pensare che un giorno il ricco collezionista si stufi di rimirarlo e lo ceda. E con il ricavato, magari, compia un gesto che gli assicuri una gioia più profonda e duratura.
L'attrice indiana Aishwaraya Rai e la piccola Beti B.
È una bella fortuna in India nascere femmina in seno a una famiglia o celebre. La piccola Beti B, figlia degli attori indiani Aishwarya Rai e Abhishek Bachchnan – lei ex Miss Universo, lui figlio di Amitabh, la più potente star di Bollywood – avrà un futuro dorato, e possiamo scommettere che sarà presto rincorsa dai fotografi, come la figlia di Madonna o di Tom Cruise. Diamole solo un po’ di tempo: al momento, dovrebbe avere solo sei mesi.
Sorte ben diversa, invece, quella della piccola indiana Baby Radhika, la cui vicenda è rimbalzata nelle cronache internazionali (io l’ho letta sulla Bbc) la scorsa settimana. A ricordarci quanto è difficile nascere femmina, in India e non solo.
La piccola, di due mesi e mezzo, è stata salvata grazie al suo pianto. Il padre e lo zio, infatti, la volevano seppellire viva. Il becchino del cimitero di Pilkhua, nell’Uttar Pradesh, si è accorto che la neonata era ancora viva e ha avvisato la polizia.
Radhika, fortemente malnutrita, è finita in ospedale, mentre per il suo genitore assassino mancato si sono aperte le porte della galera. Perché prendersi questo rischio, vi domanderete voi, quando in India le neonate indesiderate vengono più comodamente uccise alla nascita, con la connivenza e l’omertà dell’intera comunità (che ha ovviamente visto la madre incinta)?
Nel caso di Radhika, il padre ha dichiarato di essere stato consigliato da un guru di seppellire viva la piccola, per assicurare fortuna e buona salute al prossimo nascituro, che ovviamente doveva essere maschio.
L’India e la Cina sono i due Paesi più popolosi al mondo dove le femmine –soprattutto nelle campagne – continuano a essere indesiderate. In Cina la situazione sta gradualmente migliorando: il processo di urbanizzazione e la crescita economica da boom hanno rivalutato il lavoro femminile. Con buona pace del culto egli antenati (che solo il maschio può celebrare, per tradizione). Le famiglie contadine hanno scoperto che anche le figlie possono essere una benedizione (economica) e contribuire efficacemente al budget familiare. Come ha raccontato Xinran in Baguettes chinoises .
In Italia, c’è poco da esultare. Agli inizi di maggio eravamo a quota 55 donne uccise dai propri mariti, fidanzati o ex, parenti e familiari vari. Il femminicidio è un allarme sociale non sufficientemente preso in considerazione. Al di là dei numeri e dell’età delle vittime, il femminicidio ovunque è l’espressione di una società profondamente sessista, dove la donna è percepita come un essere umano di serie B. Senza diritto di avere una volontà autonoma, e persino di esistere, se il maschio dominante non lo consente.
Mentre la 14esima edizione del Far East Film Festival di Udine si sta avviando verso la conclusione, ecco una selezione d’immagini degli ospiti vip, presenti durante il mio soggiorno udinese.
A cominciare dal grande Johnnie To, fondatore di Milkyway, che ha presentato il, suo ultimo film, “Romancing in Thin Air”.
Johnnie To è anche presidente del Film and Media Arts Group presso l’Arts Development Council, che ha promosso il Festival Internazionale dei Cortometraggi Fresh Wave. Un’opportunità interessante per giovani talenti: tre di loro erano a Udine.
Strepitoso successo per l’anteprima mondiale di “Thermae Romae” di Takeuchi Hideki: il pubblico di Udine era entusiasta e proprio oggi è stata inserita una replica fuori programma.
Accoglienza decisamente positiva anche per Giddens, lo scrittore e neoregista taiwanese di “You are the apple of my heart”, una storia adolescenziale di formazione e di scoperta dell’amore, con parziale ispirazione autobiografica.
Sukiyaki (Gokudo Meshi) di Maeda Tetsu è probabilmente uno dei migliori film presentati nell’ambito del Far East Film Festival14 di Udine. Tratto da un manga di Tsuchiyama Shigeru, racconta le vicende di cinque denetenuti nella cella 204 di un carcere giapponese, che inventano un’originale gara.
Ossessionati dal cibo, che è l’unico piacere rimasto dietro le sbarre, i cinque carcerati attendono con voluttà il pasto più gustoso dell’anno, quello di Capodanno, dove sono serviti speciali manicaretti. Nell’attesa si sfidano a descrivere in un racconto il piatto più speciale che hanno mangiato nella loro vita, con una dovizia di particolari che deve scatenare l’acquolina in bocca agli altri, tanto da farli deglutire con voluttà… Vince chi ottiene il numero più alto di deglutizioni e ottiene il diritto di scegliere una pietanza nel menu di Capodanno da ciascuno degli altri.
Intriso di comicità demenziale, il film in realtà mischia con intelligenza generi diversi, dal racconto drammatico alla commedia. Il cibo fa da filo conduttore della memoria, in tutte le possibili sfaccettature. Si intreccia con l’amore di coppia, il desiderio sessuale, l’amore per i genitori, l’istinto di sopravvivenza…
Ed è una finestra sulla vita dei protagonisti. Il flashback, infatti, si alterna con maestria alle vicende del presente fra le sbarre, non meno interessanti e utili a delineare il carattere dei personaggi.
Ecco, quella di Sukiyaki è una sceneggiatura originale e intelligente. Quello che manca a tanti film, italiani e non solo. Realizzato – come si può immaginare dalle location – quasi interamente in studio, e senza budget stellari. Complimenti, Maeda san.
Grazie a Lucky Red, impegnata a riproporre alcuni titoli del passato di Hayao Miyazaki mai usciti in Italia, dal 25 aprile sarà possibile vedere “Il castello nel cielo”, il cui titolo originale – “Laputa” – era davvero poco appealing in italiano.
Quello scelto forse strizza un po’ l’occhio a chi ha amato “Il castello errante di Howl” (2004). Si tratta di un piacevole tuffo nel passato dello Studio Ghibli: l’opera, infatti, è di 26 anni fa, ma non li dimostra.
“Il castello nel cielo” include molti temi cari al sensei dell’animazione. Da quello del volo e delle fortezze volanti alla tenerezza adolescenziale dei due protagonisti, Sheeta e Pazu. Fantasy e fantascienza si danno la mano: robot ma anche atmosfere da Jules Verne, da Atlantide, da “Il Signore degli anelli”. In scena, l’eterna lotta del bene contro il male, i pirati cattivi che poi così cattivi non sono, l’immancabile perfido malvagio assetato di potere.
Stupenda l’immagine dell’isola volante di Laputa. La costruzione richiama una brugheliana Torre di Babele, ma l’innesto di una pianta gigante – ben visibile nel finale – sembra evocare l’albero della vita. D’altronde, stavolta Miyazaki si diletta con qualche richiamo alla storia delle religioni, citando Sodoma e Gomorra dalla Bibbia e un cataclisma descritto nel Ramayana.
Ambientato nell’Ottocento, “Il castello nel cielo” si svolge in realtà in un tempo del tutto immaginario, dove tecnologie dell’epoca e scoperte futuribili si incrociano, dando il meglio di sé nelle scene d’azione, sempre di grande godimento per chi ama Miyazaki.
Per lavoro, ho avuto l’opportunità di partecipare all’inaugurazione del primo flagship store del marchio giapponese Genten in Italia. L’azienda nipponica produce borse, in cuoio e in pellami di altissima qualità.
Per celebrare l’apertura, Genten ha presentato una piccola mostra di borse giapponesi del periodo Edo (o Tokugawa, 1603-1868). Borse? L’appassionata di storia e cultura giapponese che c’è in me è rimasta perplessa. Nelle mie frequentazioni museali varie, ho visto manufatti in lacca, in tessuto, in legno e furoshiki utilizzati dai viaggiatori più poveri… Ma di borse in pelle non avevo mai sentito parlare!
Armata di tutta la curiosità del caso, presso lo store Genten ho avuto una parziale conferma di quanto pensavo e qualche sorpresa. I giapponesi durante lo shogunato non usavano valigie, borse e contenitori in pelle. Prevalevano il tessuto e la lacca, su oggetti per lo più di piccola dimensione, a giudicare da quanto esposto: per riporre il tabacco, per esempio.
Ma nel XIX secolo, e anche qualche decennio prima, il contatto con l’Europa avvicinò i giapponesi alla pelle, portandoli ad apprezzare forme pregiate, come il kin kara kawa, pelle ricoperta da una sottile foglia in oro e poi impermeabilizzata, oppure pelle lavorata con grande maestria e dipinta, come questa borsina delle dimensioni di un portafogli raffigurante Kannon.
«In realtà, in Giappone non esisteva la tradizione di lavorare la pelle bovina, perché le carni non venivano consumate», ha spiegato il sign. Nakamura, esperto di questi preziosi oggetti e collezionista (ringrazio la collega Midori per la traduzione!). «L’alimentazione tradizionale prevedeva soprattutto proteine vegetali e pesce. I bovini non venivano macellati, ma utilizzati nei campi come aiuto dei contadini. La pelle che veniva lavorata, e di rado, in questo periodo era di cervo».
Forse per influsso del buddhismo, alla carcassa animale era associata l’idea di impurità. Per cui chi se ne occupava, i burakumin, erano comunque individui ostracizzati e relegati ai margini della società giapponese.
In un contesto simile, l’interesse per la lavorazione della pelle non poteva che giungere dall’esterno. L’Europa, con le sue tappezzerie in pelle lavorata, a detta di Nakamura san, ha generato la curiosità e ha fornito nel contempo la materia prima semilavorata per iniziare a creare degli oggetti preziosi in pelle in terra nipponica.
Con la fine dello shogunato, sempre secondo Nakamura san, molti artigiani che producevano le tsuba per le spade dei samurai si sono ritrovati disoccupati. Alcuni di loro si sono riciclati nella lavorazione dei pellami di alta qualità: oggetti quali le borsine esposte da Genten potevano richiedere un anno di lavoro ed erano certamente destinati a un mercato elitario. Le fibbie in metallo (vedi la foto sotto) riproducenti stemmi di famiglia o elementi ornamentali erano autentiche opere d’arte.
Questi piccoli capolavori hanno avuto la funzione di apripista. Il resto l’hanno fatto il commodoro Perry e l’apertura forzata dell’Impero del Sol Levante all’Occidente, con l’arrivo dei gaijin e dei loro usi e costumi. Valige e borse incluse.
Che ci fa un panda gigante in cima al Chrysler Building di New York? Un po’ Godzilla, un po’ King Kong in questo contesto, il tenero orsetto è in realtà simbolo della Cina nell’immaginario collettivo. E in quest’ottica curiosa, provocatoria e ironica, gli organizzatori del Far East Film Festival hanno creato quest’immagine per la locandina della 14 esima edizione del più importante appuntamento italiano con il cinema asiatico.
Un’Asia dove la Cina è sempre più protagonista, un gigante economico e politico che turba un Occidente in piena crisi. In realtà, gli organizzatori del Feff con questo panda gigante appeso a un simbolo della Grande Mela auspicano una sempre maggiore vicinanza fra Est e Ovest. Un obiettivo al quale il festival udinese ogni anno dà un importante contributo culturale.
L’appuntamento con il Feff 14 per tutti gli appassionati di cinema e Asia è a Udine dal 20 al 28 aprile.
Grazie alla 22esima edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina, mi è stato possibile vedere l’ultimo docufilm del regista franco-cambogianoRithy Panh, che da anni si dedica a un lavoro di testimonianza e di memoria sul quanto accadde nel suo Paese d’origine negli anni della Kampuchea Democratica.
“Duch, le maître des forges dell’enfer” è un docufilm piuttosto lungo (103 minuti) sulla figura di Kaing Guek Eav, più noto come comandante Duch, l’uomo che diresse il famigerato centro di detenzione e sterminio S-21 a Phnom Penh, dove persero la vita 12 mila, forse 14 mila persone in un triennio.
Documentandomi sulla storia dei khmer rossi, mi sono imbattuta più volte in Duch. Di lui parla lo studioso di religioni orientali François Bizot ne “Il cancello”. Bizot ebbe la fortuna – che non toccò a tanti cambogiani – di finire prigioniero di Duch nel 1971 e di uscire vivo dalla sua prigione, per poter raccontare la sua esperienza.
Rithy Panh, che ha avuto il merito di divulgare le atrocità di Tuol Sleng con il suo docufilm del 2002 intitolato “S-21- The Khmer Rouge Killing Machine” – questa volta varca le soglie del carcere dove l’anziano comandante sta scontando una condanna a 35 anni per dargli la parola.
Il comandante Duch.
Il film è un monologo: l’ex insegnante di matematica racconta, si difende, si giustifica, ride e chiede scusa. Con un tono sempre pacato e monocorde, per lo più senza lasciar trasparire nessuna emozione. Si rianima, a tratti, solo di fronte a spezzoni di interviste fatte agli ex carcerieri di S-21, all’epoca adolescenti ai suoi ordini.
La scelta di Rithy Panh di non commentare, non far ascoltare delle domande e di lasciare solo la voce di Duch – interrotta brevemente, come si diceva, da brevi testimonianze – è di grande efficacia. Il personaggio emerge in tutta la sua contradditorietà. Duch si professa innocente: ha agito agli ordini dell’Angkar e non aveva scelta, altrimenti sarebbe morto anche lui. E lui non voleva morire. E’ una vecchia storia, già sentita.
D’altra parte, il piccolo intellettuale di origine sino-cambogiana (lui stesso racconta che il padre era commerciante e prestava denaro a tassi da usura) ha la furbizia di abbracciare fin da subito l’ideologia del partito, diventandone un fedele servitore. Per sua esplicita ammissione.
L’entourage di Pol Pot, cresciuto all’ombra della Sorbona, ha bisogno di gente come lui, sufficientemente intelligente da guidare la mano dei contadini per svolgere il lavoro sporco. Duch è fin da subito un uomo d’ordine, che risponde direttamente ai vertici del partito per il suo operato.
Ma anche lui, in fondo, è un intellettuale e, come racconta, ammazzare la gente è un lavoro più adatto a contadini analfabeti. Gente disposta a sporcarsi le mani di sangue senza pensarci. I suoi scagnozzi – coloro che interrogarono, uccisero, torturarono, stuprarono e uccisero – erano ragazzini di campagna, adolescenti facilmente addestrabili dall’ideologo Duch e disposti a eseguire ciecamente i suoi ordini.
Così funzionava la macchina di sterminio S-21. Duch dava gli ordini e compilava quintali di carte (i khmer rossi registravano tutto con la stessa maniacalità dei nazisti). Come racconta, “ero il primo della classe, avevo una bella scrittura, mi piaceva fare bene il mio lavoro”. Il burocrate dello sterminio khmer non guardava mai in faccia le sue vittime: non voleva correre il rischio di imbattersi in qualcuno che conosceva, cedere ai sentimenti e dare così il cattivo esempio alla sua truppa. Per questo motivo, si rifiutò di vedere la sua maestra delle elementari, alla quale era affezionato, quando fu arrestata e poi uccisa nel suo carcere. Se avesse scelto di intercedere a suo favore, poteva essere accusato di non svolgere bene il suo compito. Chissà. È sempre più comodo non guardare mai in faccia le proprie vittime.
Il carnefice Duch, che al processo nel 2009 ha avuto il coraggio di dichiararsi innocente, cade più volte in contraddizione in questa intervista fiume, lasciando intravedere la vera personalità e suscitando un fastidio quasi fisico nello spettatore. Dice di non essere sadico, ma stoico, ma si compiace orgogliosamente del lavoro svolto dalle sue guardie e del risultato ottenuto. Come un imprenditore orgoglioso dei risultati della sua azienda, sciorina senza alcun rimorso storie, fatti, ricordi legati al suo efficientissimo carcere.
Poi dice di essere pentito, di essersi convertito al Cristianesimo e di rimettersi al giudizio e al perdono di Dio.Riconosce di aver commesso dei crimini e chiede scusa. Ma il suo presunto pentimento sembra estremamente di facciata. Dice di cercare di dimenticare, perché se ripensa al passato è terrorizzato da quanto ha fatto. Ma se fosse veramente sincero, come potrebbe avere il coraggio di riconoscersi innocente? E di pretendere che persino la giustizia umana (non quella divina) lo consideri tale?
Duch è stato un feroce assassino, un volenteroso ed efficiente burocrate della morte, anche se non ha mai ucciso personalmente nessuno. Come i vari Eichmann, Hoss… La lista è lunghissima. La sua calma serafica nello sciorinare dettagli agghiaccianti è irrita e indigna. Nelle scene finali, quando il prigioniero Duch mangia (abbondantemente), fa ginnastica, legge, prega quasi scatenano rabbia, al pensiero quest’uomo – oggi ultrasettantenne – possa concedersi un’apparente normalità fra le sbarre, dopo aver privato delle vita migliaia di persone con una studiata ed efferata crudeltà.
Suscitano invece compassione quegli ex ragazzi che uccisero e torturarono, indottrinati e manipolati. Ma non suscita alcuna pietà Duch: lui era adulto, istruito e sapeva esattamente cosa stava facendo.
È faticoso seguire il docufilm di Rithy Panh, perché è faticoso entrare nella mente di un mostro. Ma l’operazione fatta dal regista cambogiano è meritoria. Mai dimenticare, obbligarsi a sapere e a ricordare, perché la Storia non generi altri mostri.
La campagna lanciata da Invisible Children, una ONG americana, contro Joseph Kony è diventata un caso. Il video realizzato da Jason Russell, uno dei fondatori dell’Organizzazione, e caricato su You Tube è stato visto online da oltre 95 milioni di persone in una decina di giorni. Un successo virale mostruoso. Anche in Italia, il 20 aprile prossimo sarà una giornata di mobilitazione: su Facebook la gente si sta già organizzando… Ma chi è Joseph Kony?
Kony è il leader della Lord’s Resistance Army, un gruppo paramilitare ugandese che contribuisce a rendere instabile l’area fra Uganda, Congo, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Da oltre un ventennio, rapisce bambini e li costringe a combattere fra le fila del suo esercito, che lo venera come una specie di messia. La religione che professa è infatti un curioso sincretismo fra animismo e cristianesimo, lui stesso si crede un medium, è un poligamo sfrenato e punta a tramutare il suo Paese, l’Uganda, in una teocrazia dove, inutile dirlo, lui sarebbe la massima autorità spirituale e politica. Per riuscirci, va avanti a combattere commettendo atrocità sui civili: nel 2005, è stato condannato dalla Corte internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità.
Chissà perché, l’Africa non conosce mezze misure: fra i suoi figli, annovera statisti e personaggi eccezionali quali Wangari Maathai, Nelson Mandela, Desmond Tutu, Patrice Lumumba – per citarne solo alcuni – e orrendi criminali. Kony è uno dei tanti. Chi non ricorda le atrocità del conflitto fra Hutu e Tutsi in Rwanda? I crimini sui civili in Sudan? O dittatori quali Idi Amin e Jean Bédel Bokassa? Solo per citare qualche nome…
È quanto meno curioso che nei confronti di questo Joseph Kony sia stata scatenata una campagna mediatica così massiccia e virale, baciata dal successo grazie alla rete, a Twitter, a FB. Una campagna probabilmente giusta: Kony è un criminale, e questo è fuor di dubbio.
Ma poiché è sempre bene farsi delle domande, il democratico mondo del web non è rimasto fermo. Vari siti tentano di darsi una spiegazione: digitate “kony 2012″ e troverete un’infinità di indirizzi e commenti. Andate su You Tube: troverete l’ormai famoso film di Jason Russell ma anche varie controinterviste su questa massiccia mobilitazione.
Non voglio dare giudizi, perché conosco troppo poco la storia. Condivido la nobiltà dell’intento. Ma attenzione: questo movimento potrebbe sfociare in pressioni per un intervento militare internazionale. In Uganda c’è un sacco di petrolio, e ciò rende il Paese molto più interessante della Siria, per esempio. Ma anche di altre “simpatiche” dittature sparse per il globo, contro le quali nessuno muove un dito. Non vorrei che la purezza dell’impegno di chi crede nell’iniziativa Kony 2012 fosse contaminata da più biechi e prosaici interessi economici. E’ un film che abbiamo già visto, purtroppo, troppe volte.
In questa foto mi sono imbattuta per la prima volta quando ho iniziato a studiare la Storia giapponese, all’università. Mi sembrava alquanto curioso questo giovane giapponese con lo sguardo truce da samurai e con un pizzetto risorgimentale, una divisa con un cappello da Napoleone e una giacca gli alamari. Ritraeva l’imperatore Meiji, l’artefice della svolta epocale che ha portato il Giappone da secoli di isolamento durante lo shogunato Tokugawa all’apertura verso il mondo. Con l’adozione di usi e costumi altrui, che incisero soprattutto nella riorganizzazione dello Stato e nella creazione di un esercito moderno.
È grazie a un fotografo giapponese, Uchida Kuichi, se possiamo guardare negli occhi quest’uomo che appartiene a un’epoca e a un mondo lontano. Così distante culturalmente da prevedere che il signore in questione non dovesse essere visto dal popolo. Dietro a questa e ad altre foto, c’è una storia travagliata, come racconta Koji Taki nel saggio “Il ritratto dell’imperatore” (Medusa, 2005). Mutsuhito, l’imperatore Meiji, ruppe questo tabù e concesse il proprio corpo alla vista altrui, grazie anche a questo sorprendente mezzo portato dai gaijin: la fotografia.
È stato piacevole come ritrovare un vecchio amico vedere esposta alla mostra East Zone a Villa Contarini, che ho visitato a gennaio, una foto all’albumina colorata a mano dell’imperatore Meiji di Uchida Kuichi (1872). Fantastiche le guance rosate: come se gli fosse stato data una pennellata di fard (qui ho inserito quella in bianco e nero, ritrovabile in rete).
La mostra è focalizzata soprattutto sui fratelli greco-veneziani Antonio e Felice Beato e sul vicentino Adolfo Farsari: tre fotografi veneti con un gran voglia di avventura e di scoprire il mondo, non solo reporter ma anche imprenditori e creativi.
Mentre Antonio Beato lavorò soprattutto in Medio Oriente, il fratello Felice e Farsari raggiunsero l’impero del Sol Levante, che in quegli anni aveva da poco aperto le porte agli stranieri. Grazie anche a loro, la fotografia conquistò i giapponesi e una generazione di fotografi autoctoni (ben rappresentati alla mostra) crebbe al loro fianco.
Samurai del clan Satsuma, foto di Felice Beato.
Le immagini di Beato sono intense e belle come un quadro. Spesso colorate – gli acquarellisti non mancavano, nel Giappone degli ukiyoe – offrono una testimonianza dello stile di vita dell’epoca, raccontando gli abiti, i mestieri, le case, i vezzi e la bellezza femminili.
Se siete nipponofili o appassionati di Storia orientale – io rientro in entrambe le categorie! – non perdetevi East Zone. Anche se le foto di Beato non sono così numerose, offre comunque l’opportunità di comprendere l’apporto dei fotografi occidentali nel Giappone Meiji. Villa Contarini e il piccolo centro di Piazzola sul Brenta (Padova) valgono la sosta.