I profughi siriani che evangelizzarono un angolo di Umbria

In un  recente viaggio in Umbria mi sono imbattuta in una storia che mi ha colpita in modo particolare. Vedete questa chiesa? È l’abbazia dei santi Felice e Mauro, in Valnerina, a Sant’Anatolia di Narco, un esemplare romanico umbro immerso in una natura incantevole. Adoro il contrasto fra la pietra e le linee essenziali che incarna, e il verde del bosco e dei prati.

Nei nostri tristi tempi, in cui tutti se fregano dei profughi siriani che fuggono dalla guerra, la storia di quest’angolo di Umbria mi fa riflettere. Queste terre umbre, conquistate dai romani, erano presto diventate cristiane. Ma la Valnerina, isolata com’era – oggi c’è una galleria che rende facili le comunicazioni, ma è storia recente: 1998 – era rimasta pagana, legata ai culti di Mitra e di Cibele, ancora nel 500 dopo Cristo.

Dettaglio della facciata dell’abbazia. Foto dal sito goodmorningumbria.it

I cristiani, com’è noto, nei primi secoli di diffusione della nuova fede non brillavano certo per spirito unitario. Litigiosità, conflitti teologici, eresie dividevano i credenti e i loro vertici ecclesiali. Uno dei momenti chiave fu il concilio di Calcedonia del 451, che doveva dirimere il problema monofisita, sorto in seguito al concilio di Efeso (che aveva portato all’eliminazione fisica del patriarca Flaviano – lotte di potere, tanto per cambiare).

Per farla breve, pare che in Siria fosse divampata una persecuzione dei seguaci dell’ortodossia da parte dei monofisiti dopo il concilio di Calcedonia, per cui 300 siriaci emigrarono verso Roma. Oggi si direbbe “perseguitati per motivi religiosi e a rischio della vita”, quindi con il diritto di ottenere lo status di rifugiati. Il Papa di allora li accoglie e li invita a restare per predicare il Vangelo.

Alcuni di loro, tra cui Mauro e il figlio Felice, finiscono in Umbria, in Valnerina, con l’incarico di convertire questi umbri che continuavano a deviare dalla retta via… E così Mauro, che la leggenda vuole coraggioso assassino di un drago (nella foto sopra), probabilmente bonificò un’area paludosa e sconfisse la malaria, ottenendo la conversione delle genti locali.

Quel che trovo fantastico in questa storia è che ci ricorda che il melting pot attuale ha radici antiche: i siriani, a casa nostra, in Umbria c’erano già venuti  nel V secolo dopo Cristo. In Valnerina, furono monaci ed eremiti, educarono la gente con il loro esempio, e precedettero di alcuni decenni il grande Benedetto (nato a Norcia nel 480), fondatore del monachesimo occidentale organizzato, che lasciò un’impronta profonda e fondamentale nella cultura europea. Questi monaci siriani rappresentano una fantastica storia di immigrazione, che probabilmente ispirò, in qualche modo, lo stesso San Benedetto.

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La ragazza dell’altra riva di Mitsuyo Kakuta

La ragazza dell’altra riva (Taigan no kanojo) di Mitsuyo Kakuta è un romanzo del 2004 che ora è finalmente anche in italiano grazie a Neri Pozza e all’ottima traduzione di dal giapponese di Gianluca Coci. Dico finalmente perché a parte i soliti bestselleristi stile Murakami & Yoshimoto non è poi così semplice leggere nella nostra lingua gli autori giapponesi.

Di Kakuta, Neri Pozza aveva già pubblicato La cicala dell’ottavo giorno, una storia di follia femminile che ho amato tantissimo, che ha al centro il rapimento di una neonata. Con La ragazza dell’altra riva, che è antecedente (La cicala dell’ottavo giorno era del 2007), la scrittrice ci regala un altro ritratto di due donne molto intrigante. Il romanzo  forse non ha la stessa forza e suspense del precedente, ma funziona e sa creare quella curiosità che ti spinge a proseguire la lettura.

La scrittrice giapponese Mitsuyo Kakuta.

Ne La ragazza dell’altra riva si incontra una trentenne, Sayoko, intrappolata nel ruolo di moglie a madre di una bimba, che le sta sempre più stretto. La figlia Akari ha ormai raggiunto l’età per frequentare l’asilo, e Sayoko inizia a guardarsi intorno per cercare un lavoro, sfidando la disapprovazione del marito e della suocera. Precariato e lavori sottopagati sono una realtà anche in Giappone, soprattutto per le donne che tentano di rientrare nel mondo del lavoro e non hanno una scolarizzazione acquisita negli atenei più prestigiosi. Sayoko decide di cogliere al volo la proposta di Aoi, titolare di una società, la Platinum Planet, che opera nel turismo ma intende espandersi nel campo delle pulizie…

Con umiltà e testardaggine, Sayoko diventa la numero uno delle pulizie domestiche, tanto da meritarsi fra i colleghi il titolo di “boss” (chissà se nel testo originale è bosu o shacho? solo Gianluca Coci potrebbe dircelo!). Kakuta, però, si inventa una sorta di biforcazione, di binario parallelo narrativo. Quasi fino alla fine della storia, i capitoli alternano le vicende di Sayoko, della sua capa e dei colleghi, con la storia personale di Aoi, che da ragazzina ebbe gli onori della cronaca, per una vicenda che la coinvolse con l’amica del cuore e compagna di liceo, Nanako.

Il lettore vede scorrere la vita al presente di Sayoko, della bizzarra Aoi, di quest’impresa un po’ sgangherata dal punto di vista organizzativo, e il passato di due liceali, in momenti diversi vittime di bullismo a scuola – un fenomeno ben presente in Giappone, e non solo – le loro difficoltà a stare con gli altri, il legame d’amicizia che le unisce. Il meccanismo costruito da Kakuta coinvolge il lettore e lo sprona a leggere il passato per trovare gli indizi che spieghino il comportamento della Aoi di oggi. Sayoko, invece, finisce per diventare l’emblema della giapponese media, sposatasi per senso del dovere – perché tutti lo fanno – ma nel contempo inquieta e insoddisfatta, alla ricerca di qualcosa che non riesce a trovare nell’oasi rassicurante della quiete familiare, con i suoi riti e la sua noiosa ripetitività.

Non è possibile dire di più – altrimenti si rischia lo spoiler. Ma La ragazza dell’altra riva di Mitsuyo Kakuta, alla fine, funziona. L’ho letto in una manciata di giorni: la scrittura è scorrevole e mai pesante, e riesce a non essere noiosa neppure quando descrive il lavoro dell’impresa di pulizie – un argomento privo di grande appeal narrativo (niente a che fare con i bestseller di Marie Kondo!).

 

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Una bella ragazza giapponese per difendere l’orgoglio nazionale. Ma lei è cinese!

Ha fatto il giro del mondo questo poster che recita: “Watashi nihonjin de yokatta” – sono contento di essere giapponese.

Secondo l’Huffington Post giapponese l’autore del poster, che non si firma, è Jinja honcho, l’associazione nazionale che riunisce i templi shintoisti che, come è noto, hanno sempre esaltato l’orgoglio giapponese, anche in chiave nazionalistica e sciovinista. Uno di questi templi, il celebre Yasukuni a Tokyo, è da sempre al centro delle polemiche perché venera le anime dei morti in servizio militare, alcuni dei quali furono criminali di guerra… Non si può che concordare con il tributo reso presso Yasukuni agli studenti di Okinawa periti nell’affondamento della nave Tsushima Maru il 22 agosto 1944, ma è più dubbia la venerazione della memoria di Hideki Tojo, per esempio, primo ministro e ministro della guerra durante l’ultimo conflitto, condannato a morte per crimini di guerra e impiccato nel 1948. Quei valori nazionalistici esasperati e di tono razzista, volti ad affermare la supremazia giapponese  sul resto del mondo, hanno portato il Giappone all’espansionismo imperialista e a tutti i danni che ha provocato durante l’ultima guerra.

Non c’è niente di male che si tappezzi la città di Kyoto, forte meta turistica, con simili poster… Però è lecito essere sospettosi sulle reali intenzioni di un messaggio che inneggia all’orgoglio nazionale in un Paese che in nome di quell’orgoglio ha seminato morte e distruzione in Asia nel secolo scorso.

Ma la vicenda ha anche un lato comico. Per realizzare il poster, pare che sia stata acquistata un’immagine Getty contrassegnata con la dicitura “Chinese Ethnicity”. Insomma, la ragazza fotografata è un luminoso esempio di bellezza cinese! La società cinese che ha realizzato lo scatto non ha rilasciato dichiarazioni – il tema è delicato – ma ha confermato alla Bbc che la modella è effettivamente cinese. Un bello smacco per chi strumentalizza l’orgoglio nazionale in chiave razzista!

Per la cronaca, ecco dall’Huffington Post l’immagine originale della ragazza cinese usata per il poster (foto Getty Images).

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Strade di porcellana con Edmund de Waal

La strada bianca di Edmund de Waal è un libro strano. Lo prendi in mano e ti viene voglia di leggerlo: perché narra di un’ossessione, quella del suo autore, per la porcellana. Non è un caso: de Waal è un ceramista-vasaio, prestato alla scrittura. Con successo: avevo letto il suo libro precedente, Un’eredità di avorio e ambra, e mi era piaciuto moltissimo. Geniale raccontare la storia della propria famiglia partendo da una collezione di netsuke di uno zio bizzarro.

Ne La strada bianca, de Waal resta nel solco dell’autobiografia, ma correlata a se stesso e alla passione di una vita, quella per l’arte del tornio, iniziata da adolescente e proseguita per una vita. Al punto che oggi de Waal è un rinomato artista britannico, e le sue creazioni sono oggetto di mostre e installazioni.

Se c’è un popolo che ha nel suo dna l’affabulazione è quello ebraico. La mia è un’affermazione “positivamente razzista” (e anche con una punta di invidia, lo ammetto!). Gli ebrei sanno raccontare e incantare con le parole: una delle più spettacolari narrazioni della storia umana, non a caso, è la Bibbia. Detto ciò, Edmund de Waal scrive da dio. Stavolta lo fa con una sorta di road movie book, un libro che racconta i suoi viaggio verso i tre luoghi iconici della porcellana: Jingdezhen in Cina, Dresda in Germania e Tregonning Hill in Cornovaglia. Strada facendo, l’orizzonte si amplia. Come in una caccia al tesoro molto elitaria, l’autore prende un volo per gli Stati Uniti e rende visita al monte Ayoree, il sito della porcellana degli indiani Cherokee. Ma a dirla tutta è già stato a Venezia, a caccia di un vaso portato da Marco Polo e a Dublino, per vedere un altro vaso celebre, il Fonthill. E passerà anche da Monaco, perché i prigionieri di Dachau lavorarono alla porcellana dei nazisti, quella prodotta dall’azienda Allach.

A dirla tutta, ad attrarmi verso questo libro è stata l’idea di leggere dei luoghi dove la porcellana è nata, in Cina, in cui da millenni continua a essere prodotta. Il fascino di un segreto: la formula della porcellana rimase un arcano finché non si riuscì, con sforzi immensi, a riprodurla nel castello di Albrechtsburg, gettando le basi per la più celebre fabbrica di porcellana d’Europa, Meissen.

E da Meissen, attraverso le maestranze, si propagò in tutta Europa: Venezia – dove nel 1765 Geminiano Cozzi iniziò a produrre usando caolino non più importato ma di Tretto, vicino a Schio – Vienna, Limoges…

Edmund de Waal ci conduce in 400 pagine in questo viaggio, che è spazio temporale ma è anche un viaggio dell’anima, perché è filtrato attraverso le sue emozioni, il suo vissuto di artista vasaio, la sua relazione personale con la porcellana… A tratti è appassionante, a volte un po’ prolisso, forse per via di una smania eccessiva dell’autore di comunicare tutto lo scibile da lui scoperto sull’argomento. Sì, perché de Waal è un archivista meticoloso, uno di quelli che viaggiano in compagnia di Lonely Planet un po’ particolari: tomi d’epoca compilati da padri gesuiti o da personaggi settecenteschi perfettamente in linea con la sua ricerca, ma un po’ ostici da seguire. Sono indulgente: si sente fremere nello scritto la passione per la porcellana e chiunque è ossessionato da qualcosa, si sa,  a volte può perdersi in mille dettagli.

Sono grata a de Waal per avermi fatto scoprire la passione dei gerarchi nazisti per la porcellana bianca, di cui non sapevo nulla. Ecco, la porcellana fu anche un veicolo di propaganda politica, un risvolto davvero insolito (sopra due statuette di epoca nazista, di Allach, raffigurano due giovani della Hitlerjugend). Non c’è da stupirsi: i cinesi fecero le spillette di Mao in porcellana durante la Rivoluzione Culturale. A conferma che, in ogni luogo e in tempo, questo materiale – plasmato grazie all’inventiva e alla perizia umana  – non è mai stato da meno di un metallo prezioso. Non ne siete convinti? Prendete in mano una tazza da the di porcellana bianca, saggiate la sua meravigliosa leggerezza e il suo nitore, e vi verrà voglia di sbarazzarvi di tutti i mug di ceramica!

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Cavalli e preistorici a Lanzo d’Intelvi

Questa è una storia bella come una favola. Tutto incomincia con un contadino di Cernobbio appassionato di cavalli, che aveva il suo branco di razza Haflinger, rossi con un ciuffo biondo, ben nutrito e lasciato in libertà. Alla morte del proprietario, nel 2002, nessuno degli eredi si offre per seguire gli equini che rimangono abbandonati a se stessi…

I quadrupedi vagano per la montagna, in felice libertà, e si m0ltiplicano. Fino al freddo inverno del 2009, quando la neve e la fame li spingono verso valle. Il gruppo si divide: loro, che di frontiere ne sanno ben poco, si dirigono in parte verso Rovenna, in  parte sul Generoso, in Svizzera.  E qui iniziano a fare danni. Rubano persino i fiori al cimitero per nutrirsi. E la gente protesta. I cavalli rischiano di essere eliminati e diventare bistecche.

Ma come racconta il sito http://rostigraben.ch/ da cui traggo queste informazioni, a questo punto gli amanti degli animali si mobilitano. Volontari svizzeri e italiani, capeggiati da un’architetta ticinese e da una veterinaria comasca, si offrono di mantenerli durante l’inverno. Poi giunge provvidenziale il comune di Lanzo, offrendo uno spazio per svernare agli equini, a Pian delle Noci.  Da allora ogni anno i Cavalli del Bisbino restano fino a fine aprile nel loro recinto, curati dai volontari, poi verso fine aprile vengono accompagnati all’Alpe di Orimento dove trascorrono l’estate in libertà.

Nel 2014, i Cavalli del Bisbino sono diventati anche protagonisti di un film, intitolato Nitriti di libertà, girato da Gianni Volonterio e presentato a un paio di festival. Che i quadrupedi non siano una leggenda, posso testimoniarlo, avendoli incontrati nel loro recinto al Pian delle Noci, in uno dei miei ultimi giri a Lanzo d’Intelvi.

Avevano l’aria un po’ sonnolenta, ma il momento della transumanza e dei pascoli in libertà si avvicina. Ancora un po’ di pazienza, cari quadrupedi. Con il bel tempo, da Lanzo la vista sul Ceresio è fantastica.

Sotto, i paesaggi di Fogazzaro e del suo Piccolo Mondo Antico (1895).

E sul Monte Caslé, alle spalle dell’Ospedale di Lanzo COF, ci sono i resti di un abitato preistorico dell’età del Bronzo e del Ferro (1200-800 a.C), i cui primi scavi vennero effettuati da Antonio Magni nel 1905. Nella foto sotto, i resti della cinta muraria.

Il povero Magni non ebbe certo la fortuna del prof. Paolo Matthiae che nella città di Ebla (3000-2000 a.C.) trovò i fantastici archivi reali, con le tavolette in scrittura cuneiforme che catalogavano tutti i beni dei magazzini. Gli accadici, questi antenati degli odierni siriani, grazie al clima mediorientale avevano più energie per scrivere e fare un lavoro ragionieristico. I preistorici del Monte Caslé, allevatori di animali e contadini, conservavano i loro cereali, ma avevano poco tempo per inventare una scrittura. Quando faceva freddo da queste parti, l’imperativo era scaldarsi e sopravvivere. Però bisogna riconoscere loro il buon gusto di aver scelto un sito davvero panoramico!

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Profughi giuliani e profughi greci del Ponto: quante similitudini

“10 febbraio 1947 – Fuga dall’Istria” del giornalista di origini istriane Tito Delton. Premetto di non avere una conoscenza approfondita del dramma dei profughi giuliani e dalmati, costretti a lasciare le loro terre, tra il 1943 e il 1956.

Avendo invece studiato, per il mio libro “La ragazza del Mar Nero”, le vicende storiche dei profughi greci del Ponto, perseguitati dopo il 1915 e definitivamente cacciati dopo il trattato di Losanna del 1923, non ho potuto non ravvisare una serie di similitudini fra quanto accaduto a greci e giuliano-dalmati, malgrado le differenze fra luoghi, contesti storici, nazioni coinvolte.

1.IMPERI MULTIETNICI. Entrambe le popolazioni, da qualche secolo, vivevano sotto il dominio di un Impero multietnico: quello Ottomano per in greci del Ponto e quello Austroungarico per i giuliani. Gli austriaci erano cristiani come giuliani, mentre verso i greci c’era un atteggiamento più vessatorio perché non erano musulmani. In ogni caso, i vertici imperiali avevano consentito nel corso dell’Ottocento il raggiungimento di un discreto benessere ai sudditi, in un clima di tolleranza. Istriani e dalmati erano navigatori e marinai, ma anche i greci del Ponto lo erano. Con le navi c’è il commercio, i contatti internazionali, lo sviluppo economico. Un destino comune a entrambi.

Profughi giuliani

2. NAZIONALISMO E IDENTITA’. Entrambi i popoli avevano vissuto nei secoli dominazioni differenti e nell’Ottocento avevano visto sorgere, con l’emergere dei nazionalismi, gli stati ai quali si sentivano etnicamente legati, pur non avendone mai fatto parte nella Storia: l’Italia (1861) e la Grecia (1828). I giuliani, che parlavano un dialetto veneto, si percepivano ovviamente più vicini agli italiani che ai popoli slavi dell’entroterra; i greci del Ponto, che parlavano un dialetto legato al greco antico, si sentivano “romiì”, eredi dell’Impero romano e poi bizantino, e si erano abituati per costrizione a convivere con i turchi, che li avevano invasi.

Greci del Ponto

3.IL RUOLO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE. A sconvolgere il loro mondo, in entrambi i casi è la Prima Guerra Mondiale. I due grandi imperi si disintegrano. In entrambi i casi, Italia e Grecia sfruttano il conflitto per allargarsi nei territori considerati irredenti. All’Italia va meglio, perché ne esce vincitrice, inglobando per un trentennio Trieste, Istria e Dalmazia. La Grecia, invece, vince con i suoi alleati (Francia, Gran Bretagna, Russia), ma perde nel conflitto successivo con la neonata Turchia. I greci del Ponto subiscono in anticipo quello che poi capiterà ai giuliani. Con il trattato di Losanna, i sopravvissuti alle persecuzioni sono costretti a lasciare le case, i loro averi, i campi, le proprietà e andarsene verso la Grecia o terra lontane di diaspora.

4. IL PREZZO DI UNA SITUAZIONE NON CREATA DA LORO. È difficile valutare quanto le foibe abbiano rappresentato la vendetta degli slavi comunisti contro i giuliani fascisti. Sicuramente c’è stata anche questa componente, perché il fascismo non è stato comunque stato rispettoso delle minoranze. Ovviamente i giuliani non saranno stati tutti fascisti (come gli sloveni e i croati non erano tutti titoisti): ma quando esplode il conflitto, finiscono per farne le spese anche gli innocenti. Nelle foibe sarà finita anche gente che non c’entrava nulla, che si sentiva semplicemente filoitaliana, com’è naturale.  Esattamente come i greci del Ponto dopo il 1915 sono stati bollati tutti come traditori che volevano distruggere lo stato ottomano per creare uno stato indipendente, sostenitori dei soldati nemici dalla Grecia. Così uomini, donne, bambini furono sterminati: innocenti che molto spesso non avevano nulla a che fare con la politica, semplicemente si sentivano greci e cristiani, ed erano orgogliosi di esserlo.

5. ARRICCHIRSI AI DANNI ALTRUI.  Non entro nel dettaglio nelle sorti subite dai due popoli: nel caso greco fu genocidio per via di una sistematica politica di eliminazione dell’etnia greca, in quello giuliano fu più una pulizia etnica, con omicidi e massacri di alcuni (foibe). Ciò che mi preme sottolineare è che in entrambi i casi c’è stato chi si è avvantaggiato economicamente: istigo all’odio contro il vicino greco o giuliano, lo caccio dalla sua casa e me ne approprio. Tanti turchi e tanti slavi saranno diventati ricchi grazie ai beni dei greci e dei giuliani, del cui benessere economico magari erano invidiosi. Qui la politica diventa una scusa per depredare l’altro.

Piccoli profughi del Ponto aiutano a costruire nuove case in Grecia. Foto: Archivio Kostas Fotiadis.

6. REINSEDIAMENTO DIFFICILE. I greci del Ponto, quelli sopravvissuti, giungono in Grecia nel 1923; i giuliani iniziano ad andarsene intorno al 1945, come accadde alla famiglia di Tito Delton. Chi aveva qualche amico o parente, riusciva a evitarsi il dramma dei campi di raccolta. Leggendo la storia degli istriani nel libro di Delton, ho rivissuto con commozione ciò che era successo ai greci del Ponto. Entrambi finirono in Paesi prostrati da una guerra, non in grado di offrire un’accoglienza adeguata ai loro connazionali. Per quanti anni i greci del Ponto rimasero nelle baracche alla periferia di Atene o di Salonicco? Quanto tempo attesero i giuliani per avere un tetto sulla testa, abitando in caserme dismesse, come racconta Delton? Le difficoltà incontrate spinsero molti greci del Ponto e molti giuliani a prendere la strada della diaspora, verso l’America o l’Australia.

7. SILENZIO E OBLIO. Per i politici dell’epoca – Venizelos in Grecia, e De Gasperi in Italia – questi profughi rappresentano un problema. Entrambi, in momenti storici diversi, sono attentissimi agli equilibri internazionali, in nome dei quali sono disposti a mettere una pietra sopra al dramma dei profughi. Nessuno si attiva per un risarcimento dei loro beni perduti, come sarebbe stato giusto. In entrambi i casi, lo Stato, solo quando potrà, offrirà tardivamente abitazioni o qualche appezzamento di terreno. Come colgo dalle parole di Delton, giuliani e greci del Ponto condividono l’esperienza del silenzio da parte dei loro connazionali. Tranne qualche sporadica voce, nessuno si leva a ricordare la loro tragedia. Dei greci del Ponto e del loro genocidio, per motivi politici, si incomincerà a parlare apertamente solo negli anni Ottanta. In Italia, complice anche il PCI, si parlerà di foibe forse solo dagli anni Settanta. Prima, l’oblio. Come se non fosse successo nulla.

8. CANCELLARE LA CULTURA DELL’ALTRO. Tito Delton racconta “ci pensavano gli slavi a svellere le lapidi che portavano nomi italiani, Tante lapidi e tanti nomi “nostri, per tentare di eliminare uno dei tanti segni della nostra civiltà in quelle terre”. La pulizia etnica e il genocidio sono anche annientamento della cultura dell’Altro in tutte le sue manifestazioni. Persino i cimiteri. Gli jugoslavi toglievano le lapidi, i turchi distruggevano in toto i cimiteri greco ortodossi del Ponto. Non mi risulta che ne siano sopravvissuti. Profanavano anche le chiese, tramutandole in stalle o prigioni, quando non erano demolite. Nessuna traccia doveva restare della presenza lunga tremila anni dei greci del Ponto in terra anatolica.

Nel mio ultimo viaggio in Slovenia, lo scorso anno, ho visto con piacere in autostrada dei cartelli bilingue: Pula e Pola, Koper e Capodistria. Finalmente. Ho attraversato l’ex Jugoslavia in auto dal 1970 circa fino al 1988, l’italiano era ovunque assente. Non sono mai stata sulla costa del Mar Nero, nella regione del Ponto, ma dubito che i turchi abbiano cartelli simili.  La riconciliazione passa anche attraverso questi piccoli segnali di rispetto dell’Altro. Oggi in Slovenia esiste una minoranza italiana ufficialmente riconosciuta. Forse è un caso che tutto ciò avvenga proprio adesso, in Slovenia, che oggi è parte dell’Unione Europea, ma succeda non in Turchia che non non è membro dell’UE e che sta scivolando da mesi verso una deriva autoritaria. Ankara, invece, da un secolo a questa parte non solo si rifiuta di riconoscere il genocidio dei greci del Ponto, degli armeni e degli assiri, ma non contempla l’esistenza di alcuna minoranza sul suo territorio.

 

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Scorci dall’Adda: da Olginate ad Airuno

Il tratto più noto dell’Adda, grazie alle architetture di Crespi d’Adda e delle centrali, è più a sud… Ma da quando abbiamo deciso di percorrere l’alzaia dell’Adda ovunque possibile, abbiamo scoperto paesaggi ugualmente incantevoli. Come questo, in cui le piante si specchiano nel fiume. A due passi dai luoghi manzoniani.

Qualche cippo ci ricorda dove siamo, durante il cammino…

Anche in questo tratto, da Olginate ad Airuno, le acque e le rive sono piene di folaghe, germani, cormorani e altri uccelli… Ogni tanto, si avvista una coppia di cigni. Ciò che non si vede, si sente: basta chiudere gli occhi per un attimo per concentrarsi sulle voci che popolano il fiume. Per sentirsi degli ospiti: in fondo, l’Adda è casa loro…

Adoro la quiete del paesaggio invernale, con l’aria frizzante, in una giornata serena. I colori e i contorni di quanto si guarda sono nitidi e limpidi… Tracce di presenza umana: i fili dell’elettricità. Anche se le colonie di folaghe per un attimo ti fanno dimenticare dove sei, questo è un paesaggio altamente antropizzato.

Il giallo presto si tramuterà in verde. Meglio godersi i colori dell’inverno, che sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore. Grazie, Adda.

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Giorno della Memoria: ricordare Lidice

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria per le vittime della Shoah, uno dei crimini più efferati della Storia. Oltre allo sterminio sistematico degli ebrei, i nazisti commisero infinite atrocità in giro per l’Europa. Oggi ne voglio ricordare una:  la distruzione del villaggio ceco di Lidice e dei suoi abitanti, nel 1942.

Non ricordavo questa vicenda. Ieri, grazie alla mostra Different Wars presso la Casa della Memoria, ho letto del grande rilievo che i libri scolastici cechi danno alla tragedia avvenuta in questo villaggio della Boemia centrale, che oggi conta circa 500 abitanti. Ma forse ne avrebbe ben di più se non avesse subito la furia nazista nel 1942.

Tutto comincia con l’assasinio di Reynard Heydrich (nella foto), noto come il macellaio di Praga, pupillo di Hitler e governatore del Protettorato di Boemia e Moravia. Uno dei tanti psicopatici fedeli servitori del regime.

Il 27 maggio 1942 Josef Gabcik e Jan Kubik, due paracadutisti (uno ceco e uno slovacco) addestrati dagli inglesi, eliminano Heydrich. La storia l’avevo letta scritta con magistrale bravura da Laurent Binet in HHhH.

 

L’assassinio di Heydrich è una delle pagine più eroiche della resistenza ceca. Seguita, purtroppo, da un’orrenda rappresaglia, voluta da Hitler che ordinò l’eliminazione 30 mila persone. Una vera follia: la forza lavoro ceca serviva ai tedeschi e i luogotenenti di Hitler cercarono di tenere a freno la sua rabbia. Allora il Fuehrer ingiunse di effettuare arresti ed esecuzioni a tappeto, e chiese la distruzione di un intero villaggio come punizione esemplare.

Perché fu scelto Lidice? Pare che i due attentatori avessero legami con questo borgo.

I corpi degli uomini uccisi a Lidice nel 1942.

Alle 10 di mattina del 10 giugno 1942, iniziarono le fucilazioni di 192 uomini, dai 15 anni in su. I tedeschi ci misero 5 ore a sparare a tutti. Delle 198 donne di Lidice, 35 divennero cavie umane per esperimenti medici ad Auschwitz. Le rimanenti furono sfruttate come forza lavoro nel lager di Ravensbrueck; 143 erano ancora vive a fine guerra.

Gruppo di scolari di Lidice, otto giorni prima della tragedia.

Il destino dei 99 bambini di Lidice era segnato. 82 furono condotti al lager di Chelmno e furono uccisi nelle camere a gas. Solo 17 di loro sopravvissero, perché vennero ritenuti adatti all’adozione da parte di famiglie tedesche. I nazisti erano dei veri ladri di bambini, soprattutto nei paesi slavi occupati, dove i piccoli con occhi azzurri e capelli biondi sembravano sufficientemente ariani. Furono gli unici sopravvissuti, assieme alle 143 donne, e dopo la guerra furono restituiti alla comunità di Lidice.

Il villaggio fu raso al suolo dai nazisti. Quello attuale venne costruito nel 1949, ma non nello stesso luogo. Le 82 piccole vite spezzate di Lidice – 42 bambine e 40 bambini – vittime dei nazisti, sono ricordate in un monumento della scultrice Maria Uchtylovà, con 82 statue in bronzo (foto sopra).

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Agnus Dei, gli stupri e la guerra

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Non è un caso che il film Agnus Dei sia stato diretto da una donna, Anne Fontaine. In tutta la storia, c’è la delicatezza femminile nel trattare un tema così orribile, come può essere la violenza sessuale perpetrata nei confronti di una comunità monastica di suore, che ha fatto della castità uno dei pilastri della sua scelta di vita e di fede.

La storia che Agnus Dei racconta è ispirata a vicende reali: nel 1945, la giovane Madeleine Pauliac, studentessa francese di medicina di famiglia comunista, è in Polonia con la Croce Rossa per curare le truppe quando viene contattata da una giovanissima novizia polacca che chiede il suo aiuto. La ragazza non vuole rivolgersi né ai medici russi, né ai polacchi. I primi sono i colpevoli di quanto è accaduto, i secondi non capirebbero e nascerebbe uno scandalo.

Come Madeleine scoprirà, il convento – situato in un luogo isolato in campagna – è stato assaltato per tre volte dalle truppe sovietiche e tutte le religiose sono state ripetutamente violentate. Alcune fra le più giovani di loro sono rimaste incinte, ma le suore vivono il loro dramma nel silenzio. Il mondo intero le condannerebbe – così pensa la madre superiora – la violenza subita è una colpa.

Madeleine le aiuterà: i bambini frutto della violenza vedranno la luce. E alcuni avranno la fortuna di sopravvivere.

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Questo emozionante film – lento, tragico e angosciante – mi ha scatenato una serie di riflessioni.

Come è più facile essere uomini! Anche da religiosi. Chi si sognerebbe di violentare un prete congolese? Eppure, alle suore, benché anziane, è successo, proprio in Africa, ricordate? Le donne – bambine, adolescenti, nubili o sposate, oppure consacrate a Dio – quando scatta l’anarchia del conflitto perdono la loro umanità per reificarsi in bottino di guerra. È evidente che anche gli uomini possono pagare con la vita le loro scelte (come il massacro dei monaci francesi in Algeria a Tibhirine, raccontato in un altro film). Ma i maschi raramente violano il corpo di altri maschi. Lo stupro è un’offesa – che spesso precede l’omicidio – ben più grave; è la negazione dell’umanità della donna, è umiliazione, è un’arma di guerra contro il nemico (violando la donna, in molte culture si intende colpire l’uomo nemico). Nel conflitto in Bosnia, tanto per ricordare uno degli infiniti casi, si uccidevano gli uomini e si violentavano le donne finché rimanevano incinte, perché procreassero figli portatori dei propri geni, annientando l’etnia nemica. Già, perché i geni delle donne, in questa visione tribale e animalesca, non contano nulla.

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I sovietici, benché duramente provati dalla violenza nazista, quando avanzano in territorio nemico non esitano a “vendicarsi” sulle donne. Gli stupri di donne tedesche (come racconta il libro Una donna a Berlino) sono la norma. Le suore polacche – cattoliche, quindi nemiche perfette – sono le vittime ideali: indifese in una situazione di caos, sono l’Agnus Dei, l’agnello sacrificale su cui sfogare i più bassi istinti. Mathilde si salva per un pelo da un gruppo di soldati sovietici ubriachi che la fermano a un posto di blocco. È la guerra, certo, ma io la leggo anche come una dichiarazione di sconfitta per l’Uomo Nuovo che il comunismo voleva costruire. L’Homo Sovieticus è animalesco come chi l’ha preceduto, quando fra le sue vene scorre la vodka.

Come reagire alla violenza? Negare e insabbiare, come vorrebbe la madre badessa, arrivando ad annientare il frutto della violenza, per fingere che nulla è accaduto? È un bel dilemma. Al di là della crisi esistenziale e di fede che queste donne attraversano – perché Dio che è amore ha consentito che ciò accadesse?, molte si domandano – le protagoniste di Agnus Dei sono suore, e donne. Qualcuna odia la creatura che ha in grembo, altre scoprono una forma nuova d’amore, che riesce a superare la violenza: l’amore per la vita, per una creatura che rimane innocente, anche se ha per metà il patrimonio genetico di un violentatore.

È il grande mistero della maternità, che difficilmente un uomo può cogliere appieno. Fra madre e feto si crea un legame indissolubile, viscerale, intimo che può superare l’odio. È questa la riflessione più importante a cui mi ha condotta Agnus Dei. È questo il motivo per cui, se il mondo fosse in mano alle donne, che sono tutte potenzialmente madri, conosceremmo meno guerre, meno violenza.

Stupendi i volti delle attrici polacche di Agnus Dei che interpretano suore e novizie: sembrano delle Madonne.

 

 

 

 

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Parola di Dio: un film sul fondamentalismo

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Il film Parola di Dio del russo Kirill Serebrennikov è un film che tutti dovremmo vedere per riflettere in quest’era di rigurgito dei fondamentalismi, delle verità dogmatiche e del fanatismo che non lascia alcuno spazio al dubbio.

Veniamin, il protagonista di Parola di Dio, è un adolescente russo, che ha trovato nella Bibbia la risposta a ogni domanda della sua vita. Una Bibbia che lui legge per conto suo e interpreta in modo letterale, anche nei passaggi più oscuri e violenti. Non è la Bibbia cristiana di un Dio d’amore, bensì di odio e di castigo. Veniamin si indigna per le compagne di scuola che seguono la lezione di nuoto in bikini, attacca la sua la prof di Scienze che spiega la teoria dell’evoluzionismo e riesce a prendersela pure con sua madre, una povera donna che separata che si ammazza di lavoro per mantenere se stessa e il figlio. Il suo unico amico è un ragazzo portatore di handicap, che inizia a idolatrarlo per la sua intransigenza e per l’immagine di forza che trasmette. Già, perché chi non dubita mai si pone come l’Uomo Forte, l’Uomo del Destino che può salvare se stesso e gli altri. La violenza? È solo un mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, che contano più di qualunque altra cosa al mondo.

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Facciamo un gioco? Sostituiamo alla bella faccia russa di Veniamin un qualsiasi barbuto adolescente di religione musulmana. Mettiamogli in mano un Corano al posto della Bibbia. Attribuiamo a questo personaggio la stessa intransigenza e la cecità di Veniamin. Voilà, abbiamo ottenuto un fondamentalista islamico disposto a farsi saltare per aria in nome dell’Isis e della sua idea di Islam, un Islam che non conosce amore (e non tutto l’Islam è così, mi preme ricordarlo).

La grandezza del film Parola di Dio è proprio in questa abilità di farci capire che la genesi di tutti i fondamentalismi è sempre la stessa, di qualunque religione o colore politico e ideologico essi siano. Il fanatismo religioso, abbinato al senso di onnipotenza tipicamente adolescenziale, ci fa capire perché tanti ragazzini si perdano nelle maglie delle guerre sante e dei martirii. Grazie, Serebrennikov, per questa geniale storia, cinematograficamente riuscita e resa con un sapiente uso di cromie cupe e verdastre che riflettono il lato oscuro dell’animo umano.

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