Rinka, le giapponesi e la vecchiaia

È bella Chieko Nenaka, la modella giapponese più nota con il nome d’arte Rinka. Regina di tante cover, da ragazzina sembrava una Lolita senza età, quelle che tanto piacciono ai maschi giapponesi. Con un tocco esotico: i geni della mamma olandese, uniti a quelli nipponici, le hanno regalato un viso con occhi a mandorla e tratti caucasici, incluso un sorriso alla Julia Roberts.

In un’intervista recente al Japan Times, ora che qualche ruga le segna il viso, Rinka invita le donne a non temere di invecchiare. Ogni anno in più è come i “nenrin”, gli anelli nel tronco di un albero, che donano alla pianta bellezza e vigore…

Beh, grazie, Rinka. È bene che tu lo dica in un Paese maschilista come il Giappone, dove gli uomini sono ossessionati dalle ragazzine, al punto da pagare per avere uno slip usato o per osservarle dormire (è una vecchia storia: leggete “La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata, premio Nobel per la Letteratura ma anche aedo dei guardoni).

Il Giappone è il Paese delle contraddizioni. Quindi, se critico l’ossessione maschile per le ragazzine, mi permetto anche di segnalare casi che vanno nella direzione opposta, che noi qui in Occidente neanche ci sogniamo.

Per esempio, la pornostar giapponese Maori Tezuka, che ha concluso la sua carriera cinematografica all’età di 80 anni, decidendo di ritirarsi per raggiunti limiti di età, gettando nello sconforto tutti i suoi fan, coetanei e non.

Invece, è ovviamente più semplice restare sulla breccia con un mestiere meno impegnativo per il corpo. Dj Sumirock, nome d’arte di Sumiko Iwamuro, 82 anni, di giorno è una tranquilla signora che lavora nel ristorantino di famiglia. Ma alla sera, indossati i suoi occhiali da sole, si tramuta nella dj più richiesta di Tokyo.

“Ragazzine!”, direbbero le mie amiche di Ogimi, il paese dei centenari, a Okinawa. A 90 anni suonati, loro ballano, coltivano l’orto, vivono in perfetta autonomia… Ecco una di loro, intenta a danzare felice con un giovane che potrebbe essere suo nipote, nel centro sociale del paese. “Stateci voi a casa, a fare le bisnonne”, sembra dirci!

Foto © Maria Tatsos

Grazie Rinka, e grazie a queste belle donne giapponesi non più giovani, perché ci regalano un nuovo modo di interpretare con disinvoltura la terza – o meglio la quarta – fase di una vita che è sempre più lunga. Senza autocommiserarsi, né fingere pateticamente di avere ancora vent’anni.

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Il domani tra noi: bravi i protagonisti, un po’ meno gli sceneggiatori

Perché un bravo regista come Hany Abu-Assad (suoi il grandissimo film Paradise Now su un terrorista kamikaze pentito, e anche il gradevole The Idol) deve fare un film commerciale che trasuda melassa?

Semplice, direte voi: con i film d’autore si resta prigionieri di una nicchia e non si mette insieme il pranzo e la cena. D’accordo: ma anche una commedia romantica può avere la sua dignità, se fatta bene. Invece qui bisogna tirare le orecchie agli sceneggiatori e anche al regista, che si è prestato a raccontare una storia inverosimile. Meno male che ci sono i due protagonisti, Kate Winslet e Idris Elba, a tenere in piedi la baracca, con dignità.

La trama di Il domani tra noi: una giornalista, Alex, e un neurochirurgo, Ben, si conoscono casualmente in aeroporto. Il loro volo per Denver è stato cancellato per il maltempo e insieme decidono di affittare un piccolo aereo privato. Lei deve sposarsi, lui ha un’operazione chirurgica importante, insomma entrambi hanno urgenza di arrivare a casa. Bisogna avere tendenze suicide per affidarsi a un bizzarro reduce del Vietnam che pilota una vecchia carretta proprio mentre infuria la tempesta che blocca i voli di linea!

I nostri eroi naturalmente lo fanno, e come previsto l’aereo si schianta su un’immensa catena montuosa innevata, a gennaio. Sopravviveranno?

Sono andata a vedere il film (che esce il 23 novembre 2017), attratta più dalla parte avventurosa che dalla storia d’amore (che già immaginavo, avendo sotto mano il libro Il domani tra noi di Charles Martin, edito da Corbaccio, da cui il film è tratto).

Cosa si inventeranno i protagonisti per sopravvivere in cima alle nevi eterne, isolati dal mondo? Già mi aspettavo atmosfere in stile Into the Wild. Invece, i nostri eroi, reduci dallo schianto incredibilmente con scarse ammaccature, chiusi nell’intimità forzata dell’abitacolo dell’aereo, fin dalle prime scene ci lasciano presagire dove si andrà a parare. La bella bionda un po’ caratteriale e il medico gentiluomo, bello come nessun medico della mutua e aitante come un giocatore di basket dell’NBA. Sarà amore, ovviamente. Ma non subito, perché il film dura due ore.

Magicamente sfoderano un abbigliamento da alta montagna (ma dove li aveva, lui, gli scarponi da trekking? E il piumino? Era partito con un cappotto cammello), sopravvivono beati in attesa dei soccorsi che non arrivano senza provare i morsi della fame. Persino il cane che si salva con loro sembra un seguace dei monaci buddhisti che praticano il digiuno costante, restando però vispo e giocherellone come se avesse appena divorato un sacco di crocchette per cani.

Dopo varie disavventure, tra cui una rovinosa caduta di lui da cui esce senza fare un plissé (ma all’inizio aveva le costole rotte, così dice!), c’è il piatto forte: la scena di sesso. Sono tre settimane che i nostri eroi vagano senza lavarsi, sporchi, congelati e affamati, ma in questo momento clou si spogliano e sono belli come il sole – pelle lucida come in una pubblicità del bagnoschiuma- e come se fossero reduci da un soggiorno in un villaggio vacanze. Mai visto tanto afflato erotico in un uomo con le costole rotte (io le ho avute, fanno un male cane) e in una donna che da giorni trascina la gamba, in bilico fra la vita e la morte. Eh no, Hany Abu-Assad, questa non dovevi proprio farcela!

Francamente dubito anche una persona con una gamba rotta possa fare qualche migliaio di metri di dislivello in discesa, nel mezzo del nulla, senza sentieri e con la neve alta. Ma Alex ci riesce.

Vabbè, ormai ho capito che non è la verosimiglianza che devo cercare ne Il domani tra noi… per cui mi lascio cullare dalla parte finale mielosa che non vi racconterò, per evitare spoiler.

La parte wilderness d’alta quota mi ha delusa, anche se i paesaggi sono davvero molto belli (la location: le montagne del Canada). Il cane è bravissimo, e anche Winslet ed Elba giungono fino alla fine con grande professionalità, funzionando molto bene insieme. Peccato, però: anche in una situazione estrema ben raccontata può nascere una storia d’amore, perché no? È un topos narrativo: un uomo e una donna che lottano da soli per sopravvivere in ambiente ostile (l’isola selvaggia, la montagna, la giungla, ecc ecc), innamorandosi. Che male c’è? A patto di riuscire a raccontarlo con più di adesione alla realtà. Che non vuol dire solo girare in alta quota, come il regista ha eccellentemente fatto, ma anche essere più attenti alla verosimiglianza. Altrimenti diventa una favola. Ecco perché ce l’ho un po’ con Hany, stavolta: poteva fare di meglio, ne sono certa.

 

 

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Ferrera di Varese: l’ex cotonificio Calcaterra

A Ferrera di Varese ci sono finita per vedere una delle cascate più note della provincia di Varese: la cascata Fermona. Piccola, ma graziosa. Dal paesino, circa 700 anime (dati 2012) in Valcuvia, ci si incammina nel bosco lungo una ciclabile, che in teoria dovrebbe portare a Grantola, il paesino limitrofo più a nord.  Invece, con un giro circolare, mi riconduce a Ferrera.

Si passa vicino al torrente Margorabbia. Il paesaggio non è indimenticabile, ma i colori d’autunno lo rendono piacevole. E forse il caldo anomalo per il mese di ottobre consente ancora delle fioriture inaspettate. Come questa Oenothera gialla.

Il percorso mi conduce a valle verso un’enorme costruzione abbandonata, che si intravede in lontananza. Deve essere l’ex cotonificio Calcaterra, di cui ho letto su internet. L’azienda che per un secolo ha retto l’economia di Ferrera e dei paesi limitrofi.

L’archeologia industriale mi affascina. Da vicino, la costruzione è gigante. Un edificio principale, dove probabilmente avevano sede gli uffici, e una serie di costruzioni laterali.

Da quel che si riesce a vedere, l’interno versa in stato di completo abbandono. Sbircio in una stanza: c’è ancora un crocifisso appeso, una vecchia poltrona anni Sessanta, un rotolo di carta igienica (forse qualche disperato usa questi spazi come bagno?). E’ uno scenario da The Day After.

L’ex cotonificio Calcaterra è stato fondato nel 1880. Per oltre un secolo, fino al maggio 1992, ha dato lavoro alla gente del paese e dei dintorni. Poi, è fallito. Come? Chi lo sa! Ma il destino mi riserva, sulla mia strada, un’informatrice imprevista. Imbocco un ripido sentiero che dalla fabbrica porta in pochi minuti in centro paese. A Ferrera incrocio una signora, sull’ottantina, che mi apostrofa: «Ah, avete fatto la salita dal cotonificio? Io l’ho fatta per anni, ci lavoravo. Il peggio era alla sera: turno di lavoro dalle ore 14 fino alle 22. Rientravo a casa dal sentiero che era tutto buio. Una gran paura! Finché poi hanno messo le luci…».

La signora mi informa che ai tempi d’oro ci lavoravano più di 100 persone. Il cotone grezzo veniva filato, poi era venduto per creare i tessuti. I proprietari Calcaterra negli ultimi decenni di vita dell’azienda (non so l’anno esatto) l’hanno venduta. E i nuovi padroni non hanno saputo gestirla, portando la fabbrica al fallimento. Forse sarebbe successo comunque: negli anni Novanta, era difficile reggere la concorrenza del cotone made in Egitto o India, con costi del lavoro decisamente inferiori. Ma l’ex operaia di Ferrera se la prende anche con gli altri lavoratori, che negli ultimi anni facevano poca attenzione alla produzione, lasciando che il filo uscisse difettoso, e quindi rispedito al mittente dai compratori.

Mi rattrista vedere il lavoro che se ne va. La gente di Ferrera di Varese ha vissuto per oltre cent’anni procacciandosi da vivere grazie al cotonificio… Nel centro del paesino, c’è un laghetto artificiale con una diga creata nel 1890, probabilmente per fornire acqua alla fabbrica. Tutto ha gravitato per oltre un secolo intorno a quest’azienda.

 

Su internet, trovo un progetto di recupero dell’area industriale abbandonata con un obiettivo ambizioso: la creazione di un Polo scientifico e tecnologico per lo sviluppo agricolo della montagna. Lo scorro rapidamente: alcune parti dell’ex cotonificio dovrebbero ospitare una serra , un caseificio, una stalla caprina, tutto con finalità didattiche. Data finale di consegna dei lavori: fine 2015. Ma io ho visto solo un rudere abbandonato e nulla di tutto questo. Mancano i fondi? O la bonifica è più dispendiosa del previsto? Molte di queste strutture di archeologia industriale giacciono nel più completo abbandono anche perché nessuno vuole sobbarcarsi i costi di bonifica (per esempio, di smaltimento dell’Eternit, dove c’è… E una volta l’Eternit, leggi amianto, si usava tanto).

I sentieri che costeggiano molti fiumi e torrenti lombardi, che percorro volentieri a piedi, passano spesso vicino a vecchie fabbriche abbandonate, più o meno grandi, che da decenni deturpano il paesaggio (e magari inquinano ancora l’ambiente).

Si stagliano come enormi scheletri lungo la strada. Niente a che vedere con i ruderi decantati da Ruskin e dai romantici, sia chiaro. Se nessuno si prende la briga di ristrutturarli, abbatterli e bonificarli, sono destinati a diventare uno sgradito regalo alle prossime generazioni. Un memento drammatico di quello che fu il tessuto produttivo lombardo, scomparso per sempre. Travolto da un capitalismo spregiudicato il cui verbo è “vai dove la manodopera costa meno”. E la gente che lavorava in queste fabbriche? Le famiglie che campavano grazie a queste attività? Chissenefrega. Faranno tutti gli chef.

 

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Gilles Clément a Orticolario 2017

Gilles Clément.

L’edizione 2017 di Orticolario – la prestigiosa manifestazione per gli amanti del verde ospitata a Villa Erba, Cernobbio (Como) – è stata assolutamente memorabile, e non solo per i tanti motivi che rendono questo appuntamento sempre attrattivo (l’accurata selezione dei vivaisti, le installazioni, la location superba). Orticolario quest’anno ha avuto un ospite d’eccezione: Gilles Clément.

Ascoltare il “giardiniere” – come Gilles Clément ama definirsi – dal vivo è stata un’emozione. Venerdì 29 settembre alle 12 il grande paesaggista ha ricevuto il premio  “Per un Giardinaggio Evoluto 2017” dal presidente Moritz Mantero. Le motivazioni le ha esposte il giornalista ed esperto botanico Gaetano Zoccali: «Lavorando con la natura, e non contro, ha cambiato il nostro modo di rapportarci al giardino, spostando l’interesse dall’estetica alla meraviglia della vita e della biodiversità».

Gaetano Zoccali durante la sua esposizione con Gilles Clément, a sinistra, e Moritz Mantero, a destra.

Gilles Clément ha rivoluzionato il nostro modo di fare giardinaggio, mandando in soffitta l’idea che il giardino deve essere un luogo forzatamente ordinato, uno spazio antropizzato che riflette l’ordine imposto dall’esterno, sterminando animali e piante indesiderate con l’ausilio della chimica. A Clément quest’idea di lager botanico non piace. (E francamente neppure a me, che mi sono innamorata delle sue idee dopo aver letto un paio di anni fa “Piccola pedagogia dell’erba – Riflessioni sul giardino planetario” edito da DeriveApprodi).

«Ogni giorno che passa, non so cosa accadrà nel giardino, perché è vivo, muta durante la notte», ha raccontato nella conferenza che ha tenuto venerdì 29 settembre a Orticolario.

«Mi avevano insegnato a uccidere ciò che non vogliamo: talpe, insetti, piante indesiderate… ma io volevo conservare la biodiversità». Così quando nel 1977 compra il terreno di La Vallée, dove era cresciuto da piccolo, racconta di «aver deciso prima di osservare la natura, poi intervenire. Facendo giardinaggio per sottrazione: ho tolto solo poche piante che potevano infastidire, ma senza prodotti chimici e senza uccidere gli insetti». E in un aneddoto Clément narra dell’unica volta che ha usato un prodotto chimico per eliminare un convolvolo, con la massima attenzione. «Le piante vicine sono morte, malgrado avessi usato un sacchetto, un pennellino, scegliendo di intervenire in una giornata senza vento, perché il prodotto non si disperdesse. Il veleno era passato alle altre piante attraverso le radici».

Clément è l’inventore del concetto di “giardino in movimento”, dove le piante si propagano liberamente attraverso i semi e il giardiniere-naturalista resta in osservazione. «Stupitevi. Le giovani piante non sono dove ve le aspettavate, è normale. Il vento, i topi, gli insetti si sono fatti carico di sparpagliarne i semi». Il paesaggista francese è anche il teorizzatore del “giardino planetario”: tutto il pianeta è un organismo vivente, e tutti noi siamo chiamati a proteggere il fragile equilibrio fra animali, piante, uomini, in questa “casa comune” che la Terra. Un messaggio che tutti dovremmo cogliere, adesso, perché di danni, al nostro habitat, ne abbiamo arrecati già fin troppi. E non abbiamo un pianeta di riserva (qualcuno lo ricordi a Trump, please).

A parte l’incontro con Clément, Orticolario è sempre un piacere sensoriale per i visitatori. Quest’anno il fiore prescelto, al centro della manifestazione è stata la fuchsia. Eccone un paio.

Divertenti gli alveari – provenienti dalla Polonia – a forma di orso.

Sette le installazioni ispirate al tema della luna. La vincitrice è stata Ciciclità Lunare di Roberto Landello. La mia preferita? Spazio Archiverde Moonlight Garden di Leonardo Magatti, per la sua ricca semplicità all’insegna del bianco che richiama la luna, e per gli accostamenti riusciti fra flora ricercata e povera.

Moonlight Garden

Leonardo Magatti

Uno dei due premi novità: Bonini Ezio Agricoltura, Pescia (Pt) per
Polianthes tuberosa

Uno stand particolare: le Tradescantia, o erba miseria, qui diventano star!

Ed ecco una piccola gallery, per trasmettere il mood della location, sempre fantastica

Una Lucia di fronte alla Villa che fu di Luchino Visconti.

 

Menzione speciale all’installazione Alta Marea di Cristina Mazzucchelli e Stefano Prina.

Dallo stand di Il Peccato Vegetale

Tillandsia Wall di Michieli Floricoltura

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4 consigli per leggere Vita e destino di Vasilij Grossman

Ci ho messo meno del previsto a leggere le 750 pagine di Vita e destino di Vasilij Grossman (Adelphi). Meno di un mese. Ipnotizzata dalla scrittura avvolgente e ricca, dai personaggi che all’inizio ti sembrano caduti dal cielo e non ci capisci niente – e poi ti diventano familiari come i tuoi amici – dallo scenario storico maestoso che tocca i punti più salienti della Storia occidentale del Novecento. Poteva mancare a un’appassionata di Storia del Novecento, come me? No!!!

Non fatevi spaventare dalle dimensioni. Peraltro, sono sopravvissuta a libri più lunghi (dai Fratelli Karamazov alla trilogia 1Q84 di Murakami), a volte sbadigliando. E ho mollato libri ben più corti per noia…

Questa NON è una recensione. Sono solo alcuni suggerimenti per apprezzarlo.

1- Grossman evidentemente non pensava di essere letto fuori dall’Urss. O forse non pensava di essere letto tout court. I personaggi sono una miriade, più di cinquanta nomi che girano, con tanto di patronimico russo. Per farne uscire vivo il lettore occidentale, serviva un banale “elenco dei personaggi”, che non c’è. Io me lo sono fatto da sola e mi ha reso la vita più semplice. Non spaventatevi se ogni tanto qualcuno vi sfugge. È capitato pure a me, che ho studiato la lingua di Tolstoj e di Dostojevskij con infinito amore (un amore che non si è dissolto neppure ora che per me è diventata sinonimo di “lingua delle badanti” e di tutte le grane a loro annesse e connesse).

2 – Resistere, resistere, resistere. La prima parte sui prigionieri russi nel lager tedesco e sull’assedio di Stalingrado è traumatica, faticosa per chi legge, quasi come era dura per i russi trovarsi fra le grinfie dei nazisti, vessati e affamati. Se superate questa parte, dopo una settantina di pagine, dove Grossman fa entrare in scena Ljudmila Nikolaevna e la sua famiglia, il percorso diventa meno accidentato. Un po’ come quando si affronta una salita ripida in montagna e dopo l’ultimo sforzo inizia un tratto di sentiero in costa.

Vasilij Grossman.

3-  Apprezzerete di più Vita e destino considerando che Grossman si è messo contro tutto e tutti per scriverlo. Non è solo un libro contro i nazisti. Non è solo un libro contro i crimini staliniani. In Vita e destino ci sono le istantanee da tutti i totalitarismi che hanno dilaniato l’Europa del Novecento. C’è la morte nelle camere a gas dei lager tedeschi. Ci sono gli ebrei perseguitati dai nazisti, ma c’è anche il razzismo dei russi verso chi non era russo. Ci sono i kulaki annegati nei fiumi dai bolscevichi. E ci sono le purghe del 1937. Non ci risparmia nulla, Grossman. Apprezzatelo per questo aspetto. Non è uno che si schiera. Se la prende con chiunque abbia calpestato i diritti umani. Ho molto amato questa imparzialità. Ovviamente tutto questo spiega perché nel 1961 il KGB non voleva che questo libro fosse pubblicato.

4- Sappiate che dopo aver letto Vita e destino di Grossman, non vi sentirete meglio. Anzi, vi lascerà l’amaro in bocca. Siatene consapevoli, quindi non dite che vi ha sorpreso, che ci siete rimasti male. I grandi ideali, le ideologie strombazzate da destra e da sinistra nel XX secolo hanno portato solo tradimenti, ipocrisia, stermini di massa. “In uno Stato totalitario la violenza è talmente grande che smette di essere strumento e diviene oggetto di culto e di esaltazione mistica e religiosa”, scrive Grossman. Regimi che dietro a gloriosi obiettivi di vittoria, di benessere e di felicità collettiva hanno solo cercato di perpetrare se stessi e il potere delle proprie élites. Dopo aver letto questo libro, vedrete con maggiore chiarezza nei recessi grigi e bui dell’animo umano. Niente di nuovo, forse. Ma Grossman ha il merito di averlo riportato alla luce per noi, come un archeologo, con  crudo realismo.

Stalingrado.

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I profughi siriani che evangelizzarono un angolo di Umbria

In un  recente viaggio in Umbria mi sono imbattuta in una storia che mi ha colpita in modo particolare. Vedete questa chiesa? È l’abbazia dei santi Felice e Mauro, in Valnerina, a Sant’Anatolia di Narco, un esemplare romanico umbro immerso in una natura incantevole. Adoro il contrasto fra la pietra e le linee essenziali che incarna, e il verde del bosco e dei prati.

Nei nostri tristi tempi, in cui tutti se fregano dei profughi siriani che fuggono dalla guerra, la storia di quest’angolo di Umbria mi fa riflettere. Queste terre umbre, conquistate dai romani, erano presto diventate cristiane. Ma la Valnerina, isolata com’era – oggi c’è una galleria che rende facili le comunicazioni, ma è storia recente: 1998 – era rimasta pagana, legata ai culti di Mitra e di Cibele, ancora nel 500 dopo Cristo.

Dettaglio della facciata dell’abbazia. Foto dal sito goodmorningumbria.it

I cristiani, com’è noto, nei primi secoli di diffusione della nuova fede non brillavano certo per spirito unitario. Litigiosità, conflitti teologici, eresie dividevano i credenti e i loro vertici ecclesiali. Uno dei momenti chiave fu il concilio di Calcedonia del 451, che doveva dirimere il problema monofisita, sorto in seguito al concilio di Efeso (che aveva portato all’eliminazione fisica del patriarca Flaviano – lotte di potere, tanto per cambiare).

Per farla breve, pare che in Siria fosse divampata una persecuzione dei seguaci dell’ortodossia da parte dei monofisiti dopo il concilio di Calcedonia, per cui 300 siriaci emigrarono verso Roma. Oggi si direbbe “perseguitati per motivi religiosi e a rischio della vita”, quindi con il diritto di ottenere lo status di rifugiati. Il Papa di allora li accoglie e li invita a restare per predicare il Vangelo.

Alcuni di loro, tra cui Mauro e il figlio Felice, finiscono in Umbria, in Valnerina, con l’incarico di convertire questi umbri che continuavano a deviare dalla retta via… E così Mauro, che la leggenda vuole coraggioso assassino di un drago (nella foto sopra), probabilmente bonificò un’area paludosa e sconfisse la malaria, ottenendo la conversione delle genti locali.

Quel che trovo fantastico in questa storia è che ci ricorda che il melting pot attuale ha radici antiche: i siriani, a casa nostra, in Umbria c’erano già venuti  nel V secolo dopo Cristo. In Valnerina, furono monaci ed eremiti, educarono la gente con il loro esempio, e precedettero di alcuni decenni il grande Benedetto (nato a Norcia nel 480), fondatore del monachesimo occidentale organizzato, che lasciò un’impronta profonda e fondamentale nella cultura europea. Questi monaci siriani rappresentano una fantastica storia di immigrazione, che probabilmente ispirò, in qualche modo, lo stesso San Benedetto.

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La ragazza dell’altra riva di Mitsuyo Kakuta

La ragazza dell’altra riva (Taigan no kanojo) di Mitsuyo Kakuta è un romanzo del 2004 che ora è finalmente anche in italiano grazie a Neri Pozza e all’ottima traduzione di dal giapponese di Gianluca Coci. Dico finalmente perché a parte i soliti bestselleristi stile Murakami & Yoshimoto non è poi così semplice leggere nella nostra lingua gli autori giapponesi.

Di Kakuta, Neri Pozza aveva già pubblicato La cicala dell’ottavo giorno, una storia di follia femminile che ho amato tantissimo, che ha al centro il rapimento di una neonata. Con La ragazza dell’altra riva, che è antecedente (La cicala dell’ottavo giorno era del 2007), la scrittrice ci regala un altro ritratto di due donne molto intrigante. Il romanzo  forse non ha la stessa forza e suspense del precedente, ma funziona e sa creare quella curiosità che ti spinge a proseguire la lettura.

La scrittrice giapponese Mitsuyo Kakuta.

Ne La ragazza dell’altra riva si incontra una trentenne, Sayoko, intrappolata nel ruolo di moglie a madre di una bimba, che le sta sempre più stretto. La figlia Akari ha ormai raggiunto l’età per frequentare l’asilo, e Sayoko inizia a guardarsi intorno per cercare un lavoro, sfidando la disapprovazione del marito e della suocera. Precariato e lavori sottopagati sono una realtà anche in Giappone, soprattutto per le donne che tentano di rientrare nel mondo del lavoro e non hanno una scolarizzazione acquisita negli atenei più prestigiosi. Sayoko decide di cogliere al volo la proposta di Aoi, titolare di una società, la Platinum Planet, che opera nel turismo ma intende espandersi nel campo delle pulizie…

Con umiltà e testardaggine, Sayoko diventa la numero uno delle pulizie domestiche, tanto da meritarsi fra i colleghi il titolo di “boss” (chissà se nel testo originale è bosu o shacho? solo Gianluca Coci potrebbe dircelo!). Kakuta, però, si inventa una sorta di biforcazione, di binario parallelo narrativo. Quasi fino alla fine della storia, i capitoli alternano le vicende di Sayoko, della sua capa e dei colleghi, con la storia personale di Aoi, che da ragazzina ebbe gli onori della cronaca, per una vicenda che la coinvolse con l’amica del cuore e compagna di liceo, Nanako.

Il lettore vede scorrere la vita al presente di Sayoko, della bizzarra Aoi, di quest’impresa un po’ sgangherata dal punto di vista organizzativo, e il passato di due liceali, in momenti diversi vittime di bullismo a scuola – un fenomeno ben presente in Giappone, e non solo – le loro difficoltà a stare con gli altri, il legame d’amicizia che le unisce. Il meccanismo costruito da Kakuta coinvolge il lettore e lo sprona a leggere il passato per trovare gli indizi che spieghino il comportamento della Aoi di oggi. Sayoko, invece, finisce per diventare l’emblema della giapponese media, sposatasi per senso del dovere – perché tutti lo fanno – ma nel contempo inquieta e insoddisfatta, alla ricerca di qualcosa che non riesce a trovare nell’oasi rassicurante della quiete familiare, con i suoi riti e la sua noiosa ripetitività.

Non è possibile dire di più – altrimenti si rischia lo spoiler. Ma La ragazza dell’altra riva di Mitsuyo Kakuta, alla fine, funziona. L’ho letto in una manciata di giorni: la scrittura è scorrevole e mai pesante, e riesce a non essere noiosa neppure quando descrive il lavoro dell’impresa di pulizie – un argomento privo di grande appeal narrativo (niente a che fare con i bestseller di Marie Kondo!).

 

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Una bella ragazza giapponese per difendere l’orgoglio nazionale. Ma lei è cinese!

Ha fatto il giro del mondo questo poster che recita: “Watashi nihonjin de yokatta” – sono contento di essere giapponese.

Secondo l’Huffington Post giapponese l’autore del poster, che non si firma, è Jinja honcho, l’associazione nazionale che riunisce i templi shintoisti che, come è noto, hanno sempre esaltato l’orgoglio giapponese, anche in chiave nazionalistica e sciovinista. Uno di questi templi, il celebre Yasukuni a Tokyo, è da sempre al centro delle polemiche perché venera le anime dei morti in servizio militare, alcuni dei quali furono criminali di guerra… Non si può che concordare con il tributo reso presso Yasukuni agli studenti di Okinawa periti nell’affondamento della nave Tsushima Maru il 22 agosto 1944, ma è più dubbia la venerazione della memoria di Hideki Tojo, per esempio, primo ministro e ministro della guerra durante l’ultimo conflitto, condannato a morte per crimini di guerra e impiccato nel 1948. Quei valori nazionalistici esasperati e di tono razzista, volti ad affermare la supremazia giapponese  sul resto del mondo, hanno portato il Giappone all’espansionismo imperialista e a tutti i danni che ha provocato durante l’ultima guerra.

Non c’è niente di male che si tappezzi la città di Kyoto, forte meta turistica, con simili poster… Però è lecito essere sospettosi sulle reali intenzioni di un messaggio che inneggia all’orgoglio nazionale in un Paese che in nome di quell’orgoglio ha seminato morte e distruzione in Asia nel secolo scorso.

Ma la vicenda ha anche un lato comico. Per realizzare il poster, pare che sia stata acquistata un’immagine Getty contrassegnata con la dicitura “Chinese Ethnicity”. Insomma, la ragazza fotografata è un luminoso esempio di bellezza cinese! La società cinese che ha realizzato lo scatto non ha rilasciato dichiarazioni – il tema è delicato – ma ha confermato alla Bbc che la modella è effettivamente cinese. Un bello smacco per chi strumentalizza l’orgoglio nazionale in chiave razzista!

Per la cronaca, ecco dall’Huffington Post l’immagine originale della ragazza cinese usata per il poster (foto Getty Images).

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Strade di porcellana con Edmund de Waal

La strada bianca di Edmund de Waal è un libro strano. Lo prendi in mano e ti viene voglia di leggerlo: perché narra di un’ossessione, quella del suo autore, per la porcellana. Non è un caso: de Waal è un ceramista-vasaio, prestato alla scrittura. Con successo: avevo letto il suo libro precedente, Un’eredità di avorio e ambra, e mi era piaciuto moltissimo. Geniale raccontare la storia della propria famiglia partendo da una collezione di netsuke di uno zio bizzarro.

Ne La strada bianca, de Waal resta nel solco dell’autobiografia, ma correlata a se stesso e alla passione di una vita, quella per l’arte del tornio, iniziata da adolescente e proseguita per una vita. Al punto che oggi de Waal è un rinomato artista britannico, e le sue creazioni sono oggetto di mostre e installazioni.

Se c’è un popolo che ha nel suo dna l’affabulazione è quello ebraico. La mia è un’affermazione “positivamente razzista” (e anche con una punta di invidia, lo ammetto!). Gli ebrei sanno raccontare e incantare con le parole: una delle più spettacolari narrazioni della storia umana, non a caso, è la Bibbia. Detto ciò, Edmund de Waal scrive da dio. Stavolta lo fa con una sorta di road movie book, un libro che racconta i suoi viaggio verso i tre luoghi iconici della porcellana: Jingdezhen in Cina, Dresda in Germania e Tregonning Hill in Cornovaglia. Strada facendo, l’orizzonte si amplia. Come in una caccia al tesoro molto elitaria, l’autore prende un volo per gli Stati Uniti e rende visita al monte Ayoree, il sito della porcellana degli indiani Cherokee. Ma a dirla tutta è già stato a Venezia, a caccia di un vaso portato da Marco Polo e a Dublino, per vedere un altro vaso celebre, il Fonthill. E passerà anche da Monaco, perché i prigionieri di Dachau lavorarono alla porcellana dei nazisti, quella prodotta dall’azienda Allach.

A dirla tutta, ad attrarmi verso questo libro è stata l’idea di leggere dei luoghi dove la porcellana è nata, in Cina, in cui da millenni continua a essere prodotta. Il fascino di un segreto: la formula della porcellana rimase un arcano finché non si riuscì, con sforzi immensi, a riprodurla nel castello di Albrechtsburg, gettando le basi per la più celebre fabbrica di porcellana d’Europa, Meissen.

E da Meissen, attraverso le maestranze, si propagò in tutta Europa: Venezia – dove nel 1765 Geminiano Cozzi iniziò a produrre usando caolino non più importato ma di Tretto, vicino a Schio – Vienna, Limoges…

Edmund de Waal ci conduce in 400 pagine in questo viaggio, che è spazio temporale ma è anche un viaggio dell’anima, perché è filtrato attraverso le sue emozioni, il suo vissuto di artista vasaio, la sua relazione personale con la porcellana… A tratti è appassionante, a volte un po’ prolisso, forse per via di una smania eccessiva dell’autore di comunicare tutto lo scibile da lui scoperto sull’argomento. Sì, perché de Waal è un archivista meticoloso, uno di quelli che viaggiano in compagnia di Lonely Planet un po’ particolari: tomi d’epoca compilati da padri gesuiti o da personaggi settecenteschi perfettamente in linea con la sua ricerca, ma un po’ ostici da seguire. Sono indulgente: si sente fremere nello scritto la passione per la porcellana e chiunque è ossessionato da qualcosa, si sa,  a volte può perdersi in mille dettagli.

Sono grata a de Waal per avermi fatto scoprire la passione dei gerarchi nazisti per la porcellana bianca, di cui non sapevo nulla. Ecco, la porcellana fu anche un veicolo di propaganda politica, un risvolto davvero insolito (sopra due statuette di epoca nazista, di Allach, raffigurano due giovani della Hitlerjugend). Non c’è da stupirsi: i cinesi fecero le spillette di Mao in porcellana durante la Rivoluzione Culturale. A conferma che, in ogni luogo e in tempo, questo materiale – plasmato grazie all’inventiva e alla perizia umana  – non è mai stato da meno di un metallo prezioso. Non ne siete convinti? Prendete in mano una tazza da the di porcellana bianca, saggiate la sua meravigliosa leggerezza e il suo nitore, e vi verrà voglia di sbarazzarvi di tutti i mug di ceramica!

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Cavalli e preistorici a Lanzo d’Intelvi

Questa è una storia bella come una favola. Tutto incomincia con un contadino di Cernobbio appassionato di cavalli, che aveva il suo branco di razza Haflinger, rossi con un ciuffo biondo, ben nutrito e lasciato in libertà. Alla morte del proprietario, nel 2002, nessuno degli eredi si offre per seguire gli equini che rimangono abbandonati a se stessi…

I quadrupedi vagano per la montagna, in felice libertà, e si m0ltiplicano. Fino al freddo inverno del 2009, quando la neve e la fame li spingono verso valle. Il gruppo si divide: loro, che di frontiere ne sanno ben poco, si dirigono in parte verso Rovenna, in  parte sul Generoso, in Svizzera.  E qui iniziano a fare danni. Rubano persino i fiori al cimitero per nutrirsi. E la gente protesta. I cavalli rischiano di essere eliminati e diventare bistecche.

Ma come racconta il sito http://rostigraben.ch/ da cui traggo queste informazioni, a questo punto gli amanti degli animali si mobilitano. Volontari svizzeri e italiani, capeggiati da un’architetta ticinese e da una veterinaria comasca, si offrono di mantenerli durante l’inverno. Poi giunge provvidenziale il comune di Lanzo, offrendo uno spazio per svernare agli equini, a Pian delle Noci.  Da allora ogni anno i Cavalli del Bisbino restano fino a fine aprile nel loro recinto, curati dai volontari, poi verso fine aprile vengono accompagnati all’Alpe di Orimento dove trascorrono l’estate in libertà.

Nel 2014, i Cavalli del Bisbino sono diventati anche protagonisti di un film, intitolato Nitriti di libertà, girato da Gianni Volonterio e presentato a un paio di festival. Che i quadrupedi non siano una leggenda, posso testimoniarlo, avendoli incontrati nel loro recinto al Pian delle Noci, in uno dei miei ultimi giri a Lanzo d’Intelvi.

Avevano l’aria un po’ sonnolenta, ma il momento della transumanza e dei pascoli in libertà si avvicina. Ancora un po’ di pazienza, cari quadrupedi. Con il bel tempo, da Lanzo la vista sul Ceresio è fantastica.

Sotto, i paesaggi di Fogazzaro e del suo Piccolo Mondo Antico (1895).

E sul Monte Caslé, alle spalle dell’Ospedale di Lanzo COF, ci sono i resti di un abitato preistorico dell’età del Bronzo e del Ferro (1200-800 a.C), i cui primi scavi vennero effettuati da Antonio Magni nel 1905. Nella foto sotto, i resti della cinta muraria.

Il povero Magni non ebbe certo la fortuna del prof. Paolo Matthiae che nella città di Ebla (3000-2000 a.C.) trovò i fantastici archivi reali, con le tavolette in scrittura cuneiforme che catalogavano tutti i beni dei magazzini. Gli accadici, questi antenati degli odierni siriani, grazie al clima mediorientale avevano più energie per scrivere e fare un lavoro ragionieristico. I preistorici del Monte Caslé, allevatori di animali e contadini, conservavano i loro cereali, ma avevano poco tempo per inventare una scrittura. Quando faceva freddo da queste parti, l’imperativo era scaldarsi e sopravvivere. Però bisogna riconoscere loro il buon gusto di aver scelto un sito davvero panoramico!

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