L’ALTALENA DEL RESPIRO di Herta Müller

Sabato scorso si commemorava la Giornata della Memoria 2018… Quest’anno l’ho voluta ricordare leggendo un libro decisamente controcorrente: L’altalena del respiro della scrittrice rumena di etnia tedesca Herta Müller, premio Nobel per la Letteratura 2009. Non avevo mai letto nulla di suo e per rimediare ho scelto questo romanzo, pubblicato da Feltrinelli nel 2010 (traduzione di Margherita Carbonaro).

La Giornata della Memoria è stata istituita per ricordare i sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti… Ma è un tributo alla memoria, in senso lato, di tutti coloro che hanno sofferto nei lager del Novecento, il secolo dei genocidi. Oltre a zingari, testimoni di Geova, preti, omosessuali e oppositori politici perseguitati dal regime di Hitler, nel periodo a cavallo fra le due guerre ci sono stati milioni di persone che hanno conosciuto i gulag staliniani… L’elenco è decisamente troppo lungo e mi fermo qui.

L’altalena del respiro racconta la storia di una particolare categoria di prigionieri: i tedeschi sconfitti. Ma non i soldati della Wehrmacht, bensì i civili tedeschi deportati dopo il 1945 in campi di lavoro forzato in Unione Sovietica. Herta Müller ha romanzato la vicenda di uno di loro, il poeta rumeno-tedesco Oskar Pastior (1927-2006), discendente di popolazioni tedesche stanziate in Romania (come la Müller).

Oskar Pastior.

Com’è noto, i russi non furono teneri neppure con i loro connazionali sospettati di attività antisovietica, o come le minoranze etniche che Stalin voleva sradicare (Tatari, ma anche Greci del Ponto). Non lo furono più di tanto neppure con i prigionieri tedeschi. Certo, alcuni di loro di macchiarono di connivenza con i nazisti, e si arruolarono addirittura nell’esercito di Hitler. Ma Oskar, che nel libro diventa il protagonista di finzione Leopold Auberg, aveva solo 17 anni quando finì per cinque lunghi anni in un lager ucraino, assieme ad altri tedeschi del suo paese, chiamati a lavorare gratis per la ricostruzione dell’Urss. È una sorta di schiavitù quella che racconta Herta Müller, nel libro basato sulle memorie di Pastior e sulle loro conversazioni (il poeta è morto prima dell’uscita de L’altalena del respiro, nel 2009).

Herta Müller.

Lager vuol dire fame, una fame insaziabile, che attanaglia i deportati costantemente e che non può essere placata con la zuppa di cavolo e le poche patate che sono il pasto quotidiano. Il duro lavoro fisico in un impianto industriale reclama calorie che non arrivano. E tanti muoiono di stenti.

Il lager sovietico è meno opprimente e omicida di quello nazista. Qui l’obiettivo non è lo sterminio, ma lo sfruttamento della forza lavoro coatta. Muore chi non ce la fa, ma è un corollario della vita nel lager, non la sua finalità. I prigionieri non vengono disumanizzati al punto da perdere la propria identità: subiscono gli appelli, il lavoro pesante, la convivenza forzata nelle baracche, ma possono conservare i  propri oggetti personali, possono uscire ogni tanto per andare nel villaggio dei russi a fare qualche piccolo commercio, hanno momenti di riposo e soprattutto mantengono una parvenza di legami comunitari fra di loro.

Il racconto della scrittrice Herta Müller è a tratti poetico ma piuttosto secco, con mirabili descrizioni della routine quotidiana, ma la freddezza che emana rispecchia l’annientamento emotivo dei prigionieri. Quando Leo, il protagonista, torna a casa dopo cinque anni, non sa più chi è. Non si ritrova più con la sua famiglia (che era rimasta a casa: venivano portate al lager  solo le persone fra i 17 e 45 anni). Resterà un eterno spaesato, con lo stigma della prigionia che lo renderà incapace di relazioni umane profonde e chiuso in se stesso. L’altalena del respiro è un libro da leggere per comprendere uno dei tanti altri volti della sofferenza che ha segnato il Novecento europeo.

 

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