Scorci dall’Adda: da Olginate ad Airuno

Il tratto più noto dell’Adda, grazie alle architetture di Crespi d’Adda e delle centrali, è più a sud… Ma da quando abbiamo deciso di percorrere l’alzaia dell’Adda ovunque possibile, abbiamo scoperto paesaggi ugualmente incantevoli. Come questo, in cui le piante si specchiano nel fiume. A due passi dai luoghi manzoniani.

Qualche cippo ci ricorda dove siamo, durante il cammino…

Anche in questo tratto, da Olginate ad Airuno, le acque e le rive sono piene di folaghe, germani, cormorani e altri uccelli… Ogni tanto, si avvista una coppia di cigni. Ciò che non si vede, si sente: basta chiudere gli occhi per un attimo per concentrarsi sulle voci che popolano il fiume. Per sentirsi degli ospiti: in fondo, l’Adda è casa loro…

Adoro la quiete del paesaggio invernale, con l’aria frizzante, in una giornata serena. I colori e i contorni di quanto si guarda sono nitidi e limpidi… Tracce di presenza umana: i fili dell’elettricità. Anche se le colonie di folaghe per un attimo ti fanno dimenticare dove sei, questo è un paesaggio altamente antropizzato.

Il giallo presto si tramuterà in verde. Meglio godersi i colori dell’inverno, che sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore. Grazie, Adda.

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Giorno della Memoria: ricordare Lidice

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria per le vittime della Shoah, uno dei crimini più efferati della Storia. Oltre allo sterminio sistematico degli ebrei, i nazisti commisero infinite atrocità in giro per l’Europa. Oggi ne voglio ricordare una:  la distruzione del villaggio ceco di Lidice e dei suoi abitanti, nel 1942.

Non ricordavo questa vicenda. Ieri, grazie alla mostra Different Wars presso la Casa della Memoria, ho letto del grande rilievo che i libri scolastici cechi danno alla tragedia avvenuta in questo villaggio della Boemia centrale, che oggi conta circa 500 abitanti. Ma forse ne avrebbe ben di più se non avesse subito la furia nazista nel 1942.

Tutto comincia con l’assasinio di Reynard Heydrich (nella foto), noto come il macellaio di Praga, pupillo di Hitler e governatore del Protettorato di Boemia e Moravia. Uno dei tanti psicopatici fedeli servitori del regime.

Il 27 maggio 1942 Josef Gabcik e Jan Kubik, due paracadutisti (uno ceco e uno slovacco) addestrati dagli inglesi, eliminano Heydrich. La storia l’avevo letta scritta con magistrale bravura da Laurent Binet in HHhH.

 

L’assassinio di Heydrich è una delle pagine più eroiche della resistenza ceca. Seguita, purtroppo, da un’orrenda rappresaglia, voluta da Hitler che ordinò l’eliminazione 30 mila persone. Una vera follia: la forza lavoro ceca serviva ai tedeschi e i luogotenenti di Hitler cercarono di tenere a freno la sua rabbia. Allora il Fuehrer ingiunse di effettuare arresti ed esecuzioni a tappeto, e chiese la distruzione di un intero villaggio come punizione esemplare.

Perché fu scelto Lidice? Pare che i due attentatori avessero legami con questo borgo.

I corpi degli uomini uccisi a Lidice nel 1942.

Alle 10 di mattina del 10 giugno 1942, iniziarono le fucilazioni di 192 uomini, dai 15 anni in su. I tedeschi ci misero 5 ore a sparare a tutti. Delle 198 donne di Lidice, 35 divennero cavie umane per esperimenti medici ad Auschwitz. Le rimanenti furono sfruttate come forza lavoro nel lager di Ravensbrueck; 143 erano ancora vive a fine guerra.

Gruppo di scolari di Lidice, otto giorni prima della tragedia.

Il destino dei 99 bambini di Lidice era segnato. 82 furono condotti al lager di Chelmno e furono uccisi nelle camere a gas. Solo 17 di loro sopravvissero, perché vennero ritenuti adatti all’adozione da parte di famiglie tedesche. I nazisti erano dei veri ladri di bambini, soprattutto nei paesi slavi occupati, dove i piccoli con occhi azzurri e capelli biondi sembravano sufficientemente ariani. Furono gli unici sopravvissuti, assieme alle 143 donne, e dopo la guerra furono restituiti alla comunità di Lidice.

Il villaggio fu raso al suolo dai nazisti. Quello attuale venne costruito nel 1949, ma non nello stesso luogo. Le 82 piccole vite spezzate di Lidice – 42 bambine e 40 bambini – vittime dei nazisti, sono ricordate in un monumento della scultrice Maria Uchtylovà, con 82 statue in bronzo (foto sopra).

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Agnus Dei, gli stupri e la guerra

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Non è un caso che il film Agnus Dei sia stato diretto da una donna, Anne Fontaine. In tutta la storia, c’è la delicatezza femminile nel trattare un tema così orribile, come può essere la violenza sessuale perpetrata nei confronti di una comunità monastica di suore, che ha fatto della castità uno dei pilastri della sua scelta di vita e di fede.

La storia che Agnus Dei racconta è ispirata a vicende reali: nel 1945, la giovane Madeleine Pauliac, studentessa francese di medicina di famiglia comunista, è in Polonia con la Croce Rossa per curare le truppe quando viene contattata da una giovanissima novizia polacca che chiede il suo aiuto. La ragazza non vuole rivolgersi né ai medici russi, né ai polacchi. I primi sono i colpevoli di quanto è accaduto, i secondi non capirebbero e nascerebbe uno scandalo.

Come Madeleine scoprirà, il convento – situato in un luogo isolato in campagna – è stato assaltato per tre volte dalle truppe sovietiche e tutte le religiose sono state ripetutamente violentate. Alcune fra le più giovani di loro sono rimaste incinte, ma le suore vivono il loro dramma nel silenzio. Il mondo intero le condannerebbe – così pensa la madre superiora – la violenza subita è una colpa.

Madeleine le aiuterà: i bambini frutto della violenza vedranno la luce. E alcuni avranno la fortuna di sopravvivere.

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Questo emozionante film – lento, tragico e angosciante – mi ha scatenato una serie di riflessioni.

Come è più facile essere uomini! Anche da religiosi. Chi si sognerebbe di violentare un prete congolese? Eppure, alle suore, benché anziane, è successo, proprio in Africa, ricordate? Le donne – bambine, adolescenti, nubili o sposate, oppure consacrate a Dio – quando scatta l’anarchia del conflitto perdono la loro umanità per reificarsi in bottino di guerra. È evidente che anche gli uomini possono pagare con la vita le loro scelte (come il massacro dei monaci francesi in Algeria a Tibhirine, raccontato in un altro film). Ma i maschi raramente violano il corpo di altri maschi. Lo stupro è un’offesa – che spesso precede l’omicidio – ben più grave; è la negazione dell’umanità della donna, è umiliazione, è un’arma di guerra contro il nemico (violando la donna, in molte culture si intende colpire l’uomo nemico). Nel conflitto in Bosnia, tanto per ricordare uno degli infiniti casi, si uccidevano gli uomini e si violentavano le donne finché rimanevano incinte, perché procreassero figli portatori dei propri geni, annientando l’etnia nemica. Già, perché i geni delle donne, in questa visione tribale e animalesca, non contano nulla.

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I sovietici, benché duramente provati dalla violenza nazista, quando avanzano in territorio nemico non esitano a “vendicarsi” sulle donne. Gli stupri di donne tedesche (come racconta il libro Una donna a Berlino) sono la norma. Le suore polacche – cattoliche, quindi nemiche perfette – sono le vittime ideali: indifese in una situazione di caos, sono l’Agnus Dei, l’agnello sacrificale su cui sfogare i più bassi istinti. Mathilde si salva per un pelo da un gruppo di soldati sovietici ubriachi che la fermano a un posto di blocco. È la guerra, certo, ma io la leggo anche come una dichiarazione di sconfitta per l’Uomo Nuovo che il comunismo voleva costruire. L’Homo Sovieticus è animalesco come chi l’ha preceduto, quando fra le sue vene scorre la vodka.

Come reagire alla violenza? Negare e insabbiare, come vorrebbe la madre badessa, arrivando ad annientare il frutto della violenza, per fingere che nulla è accaduto? È un bel dilemma. Al di là della crisi esistenziale e di fede che queste donne attraversano – perché Dio che è amore ha consentito che ciò accadesse?, molte si domandano – le protagoniste di Agnus Dei sono suore, e donne. Qualcuna odia la creatura che ha in grembo, altre scoprono una forma nuova d’amore, che riesce a superare la violenza: l’amore per la vita, per una creatura che rimane innocente, anche se ha per metà il patrimonio genetico di un violentatore.

È il grande mistero della maternità, che difficilmente un uomo può cogliere appieno. Fra madre e feto si crea un legame indissolubile, viscerale, intimo che può superare l’odio. È questa la riflessione più importante a cui mi ha condotta Agnus Dei. È questo il motivo per cui, se il mondo fosse in mano alle donne, che sono tutte potenzialmente madri, conosceremmo meno guerre, meno violenza.

Stupendi i volti delle attrici polacche di Agnus Dei che interpretano suore e novizie: sembrano delle Madonne.

 

 

 

 

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Parola di Dio: un film sul fondamentalismo

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Il film Parola di Dio del russo Kirill Serebrennikov è un film che tutti dovremmo vedere per riflettere in quest’era di rigurgito dei fondamentalismi, delle verità dogmatiche e del fanatismo che non lascia alcuno spazio al dubbio.

Veniamin, il protagonista di Parola di Dio, è un adolescente russo, che ha trovato nella Bibbia la risposta a ogni domanda della sua vita. Una Bibbia che lui legge per conto suo e interpreta in modo letterale, anche nei passaggi più oscuri e violenti. Non è la Bibbia cristiana di un Dio d’amore, bensì di odio e di castigo. Veniamin si indigna per le compagne di scuola che seguono la lezione di nuoto in bikini, attacca la sua la prof di Scienze che spiega la teoria dell’evoluzionismo e riesce a prendersela pure con sua madre, una povera donna che separata che si ammazza di lavoro per mantenere se stessa e il figlio. Il suo unico amico è un ragazzo portatore di handicap, che inizia a idolatrarlo per la sua intransigenza e per l’immagine di forza che trasmette. Già, perché chi non dubita mai si pone come l’Uomo Forte, l’Uomo del Destino che può salvare se stesso e gli altri. La violenza? È solo un mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, che contano più di qualunque altra cosa al mondo.

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Facciamo un gioco? Sostituiamo alla bella faccia russa di Veniamin un qualsiasi barbuto adolescente di religione musulmana. Mettiamogli in mano un Corano al posto della Bibbia. Attribuiamo a questo personaggio la stessa intransigenza e la cecità di Veniamin. Voilà, abbiamo ottenuto un fondamentalista islamico disposto a farsi saltare per aria in nome dell’Isis e della sua idea di Islam, un Islam che non conosce amore (e non tutto l’Islam è così, mi preme ricordarlo).

La grandezza del film Parola di Dio è proprio in questa abilità di farci capire che la genesi di tutti i fondamentalismi è sempre la stessa, di qualunque religione o colore politico e ideologico essi siano. Il fanatismo religioso, abbinato al senso di onnipotenza tipicamente adolescenziale, ci fa capire perché tanti ragazzini si perdano nelle maglie delle guerre sante e dei martirii. Grazie, Serebrennikov, per questa geniale storia, cinematograficamente riuscita e resa con un sapiente uso di cromie cupe e verdastre che riflettono il lato oscuro dell’animo umano.

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Claire Ly: tornata dall’inferno dei Khmer rossi

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Claire Ly.

Si intitola “Tornata dall’inferno” un interessante libro-testimonianza pubblicato dalla casa editrice Paoline nel 2006. L’autrice è una domma cambogiana, Claire Ly, che racconta la sua discesa agli inferi: da intellettuale e funzionaria del Ministero dell’educazione a Phnom Penh, figlia di famiglia borghese e benestante e moglie di un funzionario bancario, a contadina schiavizzata dai Khmer rossi, l’esercito di Pol Pot composto spesso da ragazzini che ha compiuto un efferato genocidio sulla popolazione inerme cambogiana nei quattro anni in cui i suoi capi furono al potere.

Era parecchio tempo che volevo leggere “Tornata dall’inferno” di Claire Ly e finalmente ci sono riuscita. È interessante il percorso interiore che ha portato l’autrice, buddhista come tutta la popolazione cambogiana, ad avvicinarsi al cristianesimo e ad abbracciare questa fede occidentale e straniera. Ma c’è un punto di questo libro che mi ha particolarmente intrigata. Da sempre mi sono domandata quale reazione abbia avuto questo popolo, presso il quale la religiosità buddhista Theravada è profondamente radicata, di fronte alla sconvolgente ascesa dei Khmer rossi e alla violenza. Non hanno mai avuto l’impulso di ribellarsi?

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Ecco, il libro di Claire Ly, che è stata buddhista, ha il merito di far luce su questo aspetto. Il buddhismo dice che ogni vita attuale è determinata dalle azioni compiute nella vita precedente: è la legge del karma. Di fronte a un’idea di destino così ineluttabile,l’individuo è spinto ad accettare le cose come vengono. Ed è esattamente quanto accadde ai tempi dei Khmer rossi. La sofferenza altrui non commuove, così spiega Ly: chi soffre raccoglie il frutto del suo karma. In parole povere, se lo merita e ben gli sta. È anche inutile agitarsi troppo, perché ogni buddhista sa che la vita è sofferenza e ciò che conta è raggiungere il distacco da ogni sorta di desiderio, che porta alla fine della sofferenza. È una mentalità che ha sicuramente favorito la rassegnazione di fronte al dramma.

Claire Ly, tuttavia, scrive che “continuare ad accettare la legge del karma quando l’ingiustizia è lampante, quando la violenza è onnipresente, quando ho la responsabilità della vita dei miei figli, mi risulta impossibile”. Il germe della ribellione di questa donna trova un terreno di dialogo con il Dio cristiano.

In fondo anche il Dio cristiano non promette la giustizia sulla terra, ma nei cieli. Basti pensare al discorso delle Beatitudini per scoprire che, in fondo, una vita di sofferenza porta poi a una ricompensa ultraterrena. Per i buddhisti, il “premio” non è il paradiso, ma una reincarnazione migliore nel giro successivo, finché si riuscirà a interrompere il ciclo delle nascite e rinascite, raggiungendo la somma beatitudine. Ma a Claire Ly che lotta per la sopravvivenza questo Dio occidentale si mostra soprattutto come un interlocutore con cui avviare un dialogo, sfogare la propria amarezza e angoscia, e chiedere la forza di resistere.

Pol Pot.

Pol Pot.

Claire Ly ha il grande merito, con questo libro, di farci comprendere il valore dell’individuo nella società cambogiana, aiutandoci a decifrare l’atteggiamento stoico della maggior parte della popolazione di fronte al precipitare degli eventi. È il buddhismo la chiave di lettura: la stessa fede che imperniava, peraltro, anche Pol Pot e il suo entourage più stretto, che agiva sulla base di una disciplina in qualche modo ispirata alla tradizione monacale, pur essendo latori di un’ideologia aliena come come il comunismo.

 

 

 

 

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Castel Firmian a Bolzano: scorci di Oriente

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Castel Firmian, Bolzano © Maria Tatsos

“L’incontro fra uomo e montagna può generare grandi cose”, diceva William Blake. Nel caso di Reinhold Messner, ha suscitato anche la voglia di guardare alla cultura dell’Altro. A Castel Firmian, vicino a Bolzano,  con gioia ho ritrovato manufatti buddhisti e statue himalayane, provenienti dai luoghi da lui frequentati.

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Un tipico leone guardiano. © Maria Tatsos

 

Una vera sorpresa, fra i monti dell’Alto Adige, trovare Buddha, discepoli e monaci.

© Maria Tatsos

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E c’è anche Ganesha, per un tocco induista…

© Maria Tatsos

Pur avendo molto apprezzato il contenuto asiatico, questo Messner Mountain Museum – uno dei sei della rete creata da Messner in Alto Adige – che ha come tema “la montagna incantata” l’ho trovato piacevole, ma un po’ scollegato nelle parti che lo compongono.

Una mostra temporanea sulla Direttissima dell’Eiger nel 1966 (buccia di banana: un filmato d’epoca molto interessante, a giudicare dalle immagini,  ma solo in tedesco!). Poi, una parte dedicata alla storia di Castel Firmian e del ruolo rivestito nella recente storia sudtirolese  (che ho trovato molto interessante). E poi, la sezione asiatica. Il filo logico che dovrebbe unire le parti risulta un po’ debole. Ho pagato volentieri i 10 euro di biglietto, e di questa visita serbo molti spunti e delle belle immagini. Ma mi aspettavo forse di più sul rapporto uomo-montagna, e sul legame fra montagna e religione.

“Pazienza”, sembra dirmi il Buddha benevolo, mentre garriscono le bandierine di preghiera…

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© Maria Tatsos

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Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme

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Che ci fa Adolf Hitler con un notabile musulmano? Ma il Fuehrer non era antisemita? Tempo fa, mi sono imbattuta in un libro sulla cui copertina campeggia questa foto. Il grande cattivo del Novecento (fosse stato l’unico!) l’ho riconosciuto subito… Ma l’altro tizio chi era? Così ho acquistato il libro La mezzaluna e la svastica di David G. Dalin e John F. Rothmann, per scoprire un aspetto della storia nazista che non conoscevo.

moscheaIn tempi di Stato Islamico e di jihad in casa nostra, questo La mezzaluna e la svastica si è rivelato una lettura di sorprendente attualità. Perché alla base del pensiero dei jihadisti attuali, c’è sicuramente un’ispirazione proveniente da Haj Amin al Husseini (1895-1974), Gran Muftì di Gerusalemme, importante carica islamica (Gerusalemme è la terza città santa per l’Islam dopo la Mecca e Medina: dal sito della moschea Cupola della Roccia il profeta Muhammad sarebbe asceso al Cielo – e anche qualcun altro, guarda caso, in una grande religione monoteista precedente, è asceso al Cielo proprio da quelle parti… nella città santa di una terza e più antica religione monoteista!).

Haj Amin al Husseini aveva ricevuto questa importante carica non tanto per la sua bravura: non aveva mai completato gli studi islamici all’università di Al Azhar al Cairo, per cui non poté mai fregiarsi del titolo di shaykh, ma fu “haj” , il titolo onorifico che riceve chiunque abbia fatto il pellegrinaggio alla Mecca. Amin al Husseini era figlio d’arte: prima di lui suo nonno e sua padre erano stati Gran Muftì, e il suo cognome era quello di un’importante famiglia palestinese. Amin aveva un aspetto fisico singolare: piccoletto di statura, aveva occhi azzurri, capelli e pelle chiari, diverso dallo stereotipo che abbiamo dell’arabo.  Guardate questa foto…. Non vi ricorda qualcuno?

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Mi sono scervellata un po’ e alla fine ci sono arrivata: Ryan Gosling!

RYAN GOSLING SHORT CASUAL HAIRCUT

La mia trovata non era poi così originale: prima di me, ci era arrivato qualcun altro, come testimonia un articolo sull’Huffington Post, che riprende una bufala apparsa su un giornale marocchino, secondo la quale Ryan sarebbe niente meno che il nipote di Haj Amin al Husseini!

Tornando ad Amin Al Husseini, malgrado l’aria mite, fu un violento aizzatore alla guerra santa, un oppositore strenuo della presenza ebraica in Palestina (osteggiava anche l’ipotesi della creazione di due stati) e l’istigatore di varie intifada (ribellioni). Amin odiava gli ebrei tanto quanto gli inglesi, e questo lo avvicinò in modo naturale al Terzo Reich: le sue prime mosse, nel 1933, subito dopo l’ascesa al potere di Hitler erano state di avvicinare il console tedesco a Gerusalemme, offrendo la sua collaborazione. Tramò per cacciare gli inglesi dall’Iraq, con un golpe che portò al potere l’avvocato al Gaylani, di simpatie filotedesche. Il Gran Muftì sperava che Hitler con Rommel conquistasse tutto il mEdio Oriente e facesse piazza pulita degli ebrei e degli inglesi. Ma il suo piano fallì, e fu costretto a rifugiarsi in Iran, da dove partì alla volta dell’Italia. Il 27 ottobre 1941 incontrò Mussolini, che accolse con tutti gli onori. Il 6 novembre 1941 giunse a Berlino: un altro trionfo. Rimase a Berlino per quattro anni. Il celebre incontro con Adolf Hitler, nella foto sopra, avvenne il 28 novembre 1941.

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Il Gran Muftì a Berlino con le truppe naziste.

La comunanza di vedute con il Terzo Reich fu totale: alla radio nazista, il Muftì proseguì a tenere i suoi sermoni antisemiti e in Bosnia organizzò un reparto di Waffen SS islamiche per sterminare gli ebrei locali. Gli autori del libro, Dalin e Rothmann, ipotizzano addirittura un’influenza di Amin Al Husseini sulla conferenza di Wannsee (1941) in cui fu decisa la soluzione finale.

 

Großmufti Amin al Husseini, Heinrich Himmler

Il Gran Muftì con Heinrich Himmler.

Da testimonianze rese al processo di Norimberga, il Gran Muftì avrebbe visitato anche le camere a gas, con grande compiacimento, in compagnia del suo amico Eichmann. Ma quanto è davvero agghiacciante è che un personaggio simile, che non solo ha istigato alla violenza ma ha fattivamente operato per l’eliminazione di 12600 ebrei bosniaci, per motivi politico-strategici non abbia mai pagato il conto con la giustizia. Non fu incriminato a Norimberga, ma scappò in Svizzera, poi in Germania e da lì in Egitto. Nella sua Palestina non fece mai ritorno, ma visse fino alla fine dei suoi giorni in Libano, a Beirut, continuando a esercitare la sua influenza sui movimenti per la liberazione della Palestina. Il creatore di Hamas, lo sceicco Yasin, fu un suo ammiratore, mentre un suo cugino, Yasser Arafat, guidò nel dopoguerra l’Olp.

I due autori, docenti universitari americani coon origini ebraiche (così mi sembra di capire), demonizzano in toto la figura di Haj Amin al Husseini. Certo, in nessuna parte del libro è ricordato che la terra palestinese è stata sottratta dai coloni ebrei, cacciando i palestinesi dalle loro case e dai loro campi. Il punto è che Haj Amin al Husseini, scegliendo la via della violenza e propugnando lo sterminio degli ebrei tanto quanto i suoi amici nazisti, è passato dalla parte del torto. Torto marcio. Delle jihad, delle istigazioni alla guerra totale contro l’Occidente – che tanto piacevano al Gran Muftì – l’Isis ne è erede. Il risultato, cui assistiamo ormai ogni giorno, in Europa o in Medio Oriente, è disumano e folle.

Un’ultima curiosità. L’antisemita Hitler, forse affascinato dal biondo Muftì, non considerava gli arabi semiti. Peccato – e nessuno lo ricorda abbastanza – che ebrei e palestinesi parlano lingue con radici spesso simili, entrambe consonantiche, e che provengono originariamente dalle stesse terre… È lecito azzardare una parentela?

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François Bizot e il processo a Duch, il boia dei Khmer Rossi

libro bizot

Ho letto Il cancello (Le portail) di François Bizot qualche anno fa, e mi aveva profondamente colpita. È un memoir –  un po’ romanzato, perché la nostra memoria non è una macchina fotografica, né un registratore, soprattutto se si scrive a distanza di anni – scritto dall’orientalista francesc Bizot (classe 1940) che nel 1965 si era recato in Cambogia per studiare il buddhismo locale. Era ancora lì nel 1971, quando viene catturato dai Khmer Rossi, diventando il primo e ultimo prigioniero occidentale uscito vivo da un loro centro di detenzione. E ci rimase fino alla presa di potere dei Khmer Rossi e alla cacciata definitiva di tutti gli stranieri. Bizot amava profondamente la Cambogia: l’arte e la religione erano il suo oggetto di studio, ma si sentiva a casa fra quella gente, di cui conosceva la lingua e la cultura. Aveva sposato una donna del posto e aveva una figlia, Hélène.

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Quando mi è capitato fra le mani, l’ultima volta a Parigi, Le silence du bourreau (Il silenzio del carnefice, 2011 – non pubblicato in italiano) non ho potuto non prenderlo. Il libro torna, in veste di saggio, sul rapporto fra Bizot e il suo carceriere, nome di battaglia Duch (Kang Kek Iew, 1942), famoso per aver diretto il campo in cui Bizot fu prigioniero fra l’ottobre e il dicembre del 1971, ma soprattutto per il suo ruolo di comandante del famigerato S-21, oggi museo del genocidio di Tuol Sleng a Phnom Penh, dove passarono 17 mila prigionieri e ne uscirono vivi solo 7.

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Duch è stato processato nel 2009 e condannato a 35 anni di carcere come criminale. Come si può vedere nella foto, era ormai un uomo avanti negli anni, come gli altri imputati. François Bizot ha partecipato al processo in veste di testimone e nel libro Le silence du bourreau riporta la trascrizione della sua deposizione, l’8 e 9 aprile 2009.

C’è qualcosa di disturbante nell’esperienza che Bizot riporta, lui che ebbe il privilegio di entrare in confidenza con il boia al punto da stabilire una relazione non amichevole, ma comunque umana. Per uccidere e sterminare, occorre disumanizzare la vittima, tramutarla in un nemico da eliminare in nome di un’ideologia. I genocidi del Novecento ce l’hanno insegnato in modo chiaro. Gli hutu chiamavano i tutsi “scarafaggi” per insultare la loro umanità.

Ecco, il giovane Duch, che all’epoca aveva 27 anni, finisce per provare una sorta di desiderio relazionale verso quel prigioniero francese quasi suo coetaneo, che conosceva la cultura della Cambogia meglio di lui e la adorava. Non lo vede più come un pericoloso nemico, un controrivoluzionario da eliminare, ma come un uomo. Bizot ci mette tre mesi, ma alla fine convince Duch di non essere una spia della CIA. E Duch gli crede, al punto da rischiare la sua pelle per ottenere dai vertici del partito il rilascio del prigioniero.

Bizot non può non ricordarlo, al processo. Non può perdonare Duch e i Khmer Rossi per aver assassinato un Paese, ma la descrizione che dà dell’ex giovane capo è umana. Perché con lui Duch è stato umano. E questo mette ancora i brividi a Bizot, a distanza di quasi trent’anni. «Avevi di fronte a me un uomo che assomigliava a molti dei miei amici. Un marxista, un comunista marxista, che era pronto a dare la sua vita per il Paese se fosse servito, per la rivoluzione nella quale credeva», scrive Bizot.

Un giovane che, entrato in una macchina infernale, non ha più potuto sottrarsi. Ed è diventato uno dei più feroci assassini della Storia del Novecento. Ma ciò che spaventa Bizot di fronte a Duch è la domanda: se fosse toccato a me, cosa avrei fatto?

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Duch è stato un Khmer Rosso, ma il suo atteggiamento ricorda molti altri uomini, in luoghi e tempi diversi, che diventano ingranaggi di una macchina infernale e non riescono a sottrarsi. L’unico modo per continuare a vivere è eseguire il proprio compito con una feroce precisione, tacitando la propria coscienza, disumanizzandosi.  A fine lettura, la domanda di Bizot mi si è rigirata addosso: e io, al posto di Duch, cosa avrei fatto?

 

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5 motivi per vedere La sposa bambina al cinema

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La sposa bambina di Khadija Al Salami, appena uscito nelle sale, è da vedere.  Se non siete convinti, vi dò 5 buoni motivi:

1- La sposa bambina È una storia vera, purtroppo: Nojoom, bimba yemenita di 10 anni, ha veramente chiesto il divorzio in tribunale a Sana’a, suscitando grande scalpore anche nel suo Paese.  La sua famiglia, caduta in povertà, l’ha praticamente venduta per poter pagare l’affitto di casa. Suo padre, secondo, il film, era un brav’uomo, apparentemente amava sua figlia, ma l’ha ceduta seguendo i costumi tribali, senza pensare di compiere un gesto disumano: in fondo: il destino delle donne è sposarsi e fare figli. Ma Nojoom è ancora una bambina e il marito la violenta, senza neppure attendere la pubertà. Questa è pedofilia, non un matrimonio.

2 –La sposa bambina non sarà un capolavoro (è didascalico) ma è firmato da una regista donna e per giunta yemenita, la quale ha avuto un grande coraggio, che va premiato. Ci ha messo soldi di tasca sua per girare. Bravissima, Khadija Al Salami.

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3-La sposa bambina mostra i meravigliosi paesaggi yemeniti. Malgrado la durezza della vicenda raccontata, si è abbagliati dai colori, dalla luce, dai riti (la danza con le spade degli uomini per il matrimonio l’ho vista davvero, in un villaggio). E la magia di Sana’a, con le sue casa da fiaba. I luoghi sono meravigliosi.

4- La scena più bella di La sposa bambina: Nojoom riceve un anello d’oro in regalo dal futuro sposo. Nojoom è una bambina e non capisce cosa sta succedendo. Con una sua amichetta, va da un orefice e lo vende. E con il denaro ricavato si compra una bella bambola parlante, che ha sempre sognato.

5- Il messaggio di speranza di La sposa bambina: grazie alla vittoria ottenuta in tribunale, Nojoom finalmente riesce ad andare a scuola, come le altre bambine della sua età. Il suo unico desiderio è vivere la sua vita di bambina, giocare, studiare e disegnare. Un desiderio che tante bambine vedono ancora spezzato.

La foto qui sotto, che ho visto pubblicata su Geo anni fa, ritrae una strana coppia in Afghanistan: l’uomo non è il nonno della bambina, è suo marito. Lo sguardo di lei trasuda ostilità nei confronti del suo violentatore (come chiamare diversamente un uomo adulto che abusa di una bambina, anche se in nome della religione e con l’autorizzazione della società?), la fatica di vivere, la rabbia. Nojoom ha cercato di suicidarsi, senza riuscirci: per tante spose bambine, la morte è preferibile alla violenza quotidiana, che non si ferma a quella sessuale. Sono vittime anche di abusi psicologici, e vengono per lo più usate come schiave  dalle suocere e dalle eventuali altre mogli del marito. Viene rubata loro l’infanzia e la vita.

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Lungo il Parco Adda Nord, dalla Centrale Esterle alla Taccani

Centrale Esterle

Centrale Esterle

Vigilia di primavera lungo l’alzaia dell’Adda. Otto chilometri circa di percorso (sedici A/R) fra luminosi scorcio del fiume, alberi fioriti, fauna acquatica. E naturalmente le celebri centrali elettriche. Nel tratto che ho percorso, da Porto d’Adda a Trezzo sull’Adda, se ne incontrano due: la Esterle e la Taccani.

Centrale Taccani

Centrale Taccani

La Centrale Taccani è un capolavoro architettonico, che abbina funzionalità ed estetica. Progettata da Gaetano Moretti all’inizio del secolo scorso, è definita “neoromanica”. A me ricorda un liberty un po’ in stile famiglia Addams!

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Svoltato l’angolo e oltrepassato il ponte dell’autostrada Torino-Venezia, sorpresa: un bivio segna la biforcazione fra l’Adda e l’inizio del canale della Martesana, che raggiungeva il cuore di Milano.

L'inizio del canale della Martesana.

L’inizio del canale della Martesana.

Dulcis in fundo, una sorpresa fra le acque: una folaga cova le sue uova nel nido!

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