Profughi giuliani e profughi greci del Ponto: quante similitudini

“10 febbraio 1947 – Fuga dall’Istria” del giornalista di origini istriane Tito Delton. Premetto di non avere una conoscenza approfondita del dramma dei profughi giuliani e dalmati, costretti a lasciare le loro terre, tra il 1943 e il 1956.

Avendo invece studiato, per il mio libro “La ragazza del Mar Nero”, le vicende storiche dei profughi greci del Ponto, perseguitati dopo il 1915 e definitivamente cacciati dopo il trattato di Losanna del 1923, non ho potuto non ravvisare una serie di similitudini fra quanto accaduto a greci e giuliano-dalmati, malgrado le differenze fra luoghi, contesti storici, nazioni coinvolte.

1.IMPERI MULTIETNICI. Entrambe le popolazioni, da qualche secolo, vivevano sotto il dominio di un Impero multietnico: quello Ottomano per in greci del Ponto e quello Austroungarico per i giuliani. Gli austriaci erano cristiani come giuliani, mentre verso i greci c’era un atteggiamento più vessatorio perché non erano musulmani. In ogni caso, i vertici imperiali avevano consentito nel corso dell’Ottocento il raggiungimento di un discreto benessere ai sudditi, in un clima di tolleranza. Istriani e dalmati erano navigatori e marinai, ma anche i greci del Ponto lo erano. Con le navi c’è il commercio, i contatti internazionali, lo sviluppo economico. Un destino comune a entrambi.

Profughi giuliani

2. NAZIONALISMO E IDENTITA’. Entrambi i popoli avevano vissuto nei secoli dominazioni differenti e nell’Ottocento avevano visto sorgere, con l’emergere dei nazionalismi, gli stati ai quali si sentivano etnicamente legati, pur non avendone mai fatto parte nella Storia: l’Italia (1861) e la Grecia (1828). I giuliani, che parlavano un dialetto veneto, si percepivano ovviamente più vicini agli italiani che ai popoli slavi dell’entroterra; i greci del Ponto, che parlavano un dialetto legato al greco antico, si sentivano “romiì”, eredi dell’Impero romano e poi bizantino, e si erano abituati per costrizione a convivere con i turchi, che li avevano invasi.

Greci del Ponto

3.IL RUOLO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE. A sconvolgere il loro mondo, in entrambi i casi è la Prima Guerra Mondiale. I due grandi imperi si disintegrano. In entrambi i casi, Italia e Grecia sfruttano il conflitto per allargarsi nei territori considerati irredenti. All’Italia va meglio, perché ne esce vincitrice, inglobando per un trentennio Trieste, Istria e Dalmazia. La Grecia, invece, vince con i suoi alleati (Francia, Gran Bretagna, Russia), ma perde nel conflitto successivo con la neonata Turchia. I greci del Ponto subiscono in anticipo quello che poi capiterà ai giuliani. Con il trattato di Losanna, i sopravvissuti alle persecuzioni sono costretti a lasciare le case, i loro averi, i campi, le proprietà e andarsene verso la Grecia o terra lontane di diaspora.

4. IL PREZZO DI UNA SITUAZIONE NON CREATA DA LORO. È difficile valutare quanto le foibe abbiano rappresentato la vendetta degli slavi comunisti contro i giuliani fascisti. Sicuramente c’è stata anche questa componente, perché il fascismo non è stato comunque stato rispettoso delle minoranze. Ovviamente i giuliani non saranno stati tutti fascisti (come gli sloveni e i croati non erano tutti titoisti): ma quando esplode il conflitto, finiscono per farne le spese anche gli innocenti. Nelle foibe sarà finita anche gente che non c’entrava nulla, che si sentiva semplicemente filoitaliana, com’è naturale.  Esattamente come i greci del Ponto dopo il 1915 sono stati bollati tutti come traditori che volevano distruggere lo stato ottomano per creare uno stato indipendente, sostenitori dei soldati nemici dalla Grecia. Così uomini, donne, bambini furono sterminati: innocenti che molto spesso non avevano nulla a che fare con la politica, semplicemente si sentivano greci e cristiani, ed erano orgogliosi di esserlo.

5. ARRICCHIRSI AI DANNI ALTRUI.  Non entro nel dettaglio nelle sorti subite dai due popoli: nel caso greco fu genocidio per via di una sistematica politica di eliminazione dell’etnia greca, in quello giuliano fu più una pulizia etnica, con omicidi e massacri di alcuni (foibe). Ciò che mi preme sottolineare è che in entrambi i casi c’è stato chi si è avvantaggiato economicamente: istigo all’odio contro il vicino greco o giuliano, lo caccio dalla sua casa e me ne approprio. Tanti turchi e tanti slavi saranno diventati ricchi grazie ai beni dei greci e dei giuliani, del cui benessere economico magari erano invidiosi. Qui la politica diventa una scusa per depredare l’altro.

Piccoli profughi del Ponto aiutano a costruire nuove case in Grecia. Foto: Archivio Kostas Fotiadis.

6. REINSEDIAMENTO DIFFICILE. I greci del Ponto, quelli sopravvissuti, giungono in Grecia nel 1923; i giuliani iniziano ad andarsene intorno al 1945, come accadde alla famiglia di Tito Delton. Chi aveva qualche amico o parente, riusciva a evitarsi il dramma dei campi di raccolta. Leggendo la storia degli istriani nel libro di Delton, ho rivissuto con commozione ciò che era successo ai greci del Ponto. Entrambi finirono in Paesi prostrati da una guerra, non in grado di offrire un’accoglienza adeguata ai loro connazionali. Per quanti anni i greci del Ponto rimasero nelle baracche alla periferia di Atene o di Salonicco? Quanto tempo attesero i giuliani per avere un tetto sulla testa, abitando in caserme dismesse, come racconta Delton? Le difficoltà incontrate spinsero molti greci del Ponto e molti giuliani a prendere la strada della diaspora, verso l’America o l’Australia.

7. SILENZIO E OBLIO. Per i politici dell’epoca – Venizelos in Grecia, e De Gasperi in Italia – questi profughi rappresentano un problema. Entrambi, in momenti storici diversi, sono attentissimi agli equilibri internazionali, in nome dei quali sono disposti a mettere una pietra sopra al dramma dei profughi. Nessuno si attiva per un risarcimento dei loro beni perduti, come sarebbe stato giusto. In entrambi i casi, lo Stato, solo quando potrà, offrirà tardivamente abitazioni o qualche appezzamento di terreno. Come colgo dalle parole di Delton, giuliani e greci del Ponto condividono l’esperienza del silenzio da parte dei loro connazionali. Tranne qualche sporadica voce, nessuno si leva a ricordare la loro tragedia. Dei greci del Ponto e del loro genocidio, per motivi politici, si incomincerà a parlare apertamente solo negli anni Ottanta. In Italia, complice anche il PCI, si parlerà di foibe forse solo dagli anni Settanta. Prima, l’oblio. Come se non fosse successo nulla.

8. CANCELLARE LA CULTURA DELL’ALTRO. Tito Delton racconta “ci pensavano gli slavi a svellere le lapidi che portavano nomi italiani, Tante lapidi e tanti nomi “nostri, per tentare di eliminare uno dei tanti segni della nostra civiltà in quelle terre”. La pulizia etnica e il genocidio sono anche annientamento della cultura dell’Altro in tutte le sue manifestazioni. Persino i cimiteri. Gli jugoslavi toglievano le lapidi, i turchi distruggevano in toto i cimiteri greco ortodossi del Ponto. Non mi risulta che ne siano sopravvissuti. Profanavano anche le chiese, tramutandole in stalle o prigioni, quando non erano demolite. Nessuna traccia doveva restare della presenza lunga tremila anni dei greci del Ponto in terra anatolica.

Nel mio ultimo viaggio in Slovenia, lo scorso anno, ho visto con piacere in autostrada dei cartelli bilingue: Pula e Pola, Koper e Capodistria. Finalmente. Ho attraversato l’ex Jugoslavia in auto dal 1970 circa fino al 1988, l’italiano era ovunque assente. Non sono mai stata sulla costa del Mar Nero, nella regione del Ponto, ma dubito che i turchi abbiano cartelli simili.  La riconciliazione passa anche attraverso questi piccoli segnali di rispetto dell’Altro. Oggi in Slovenia esiste una minoranza italiana ufficialmente riconosciuta. Forse è un caso che tutto ciò avvenga proprio adesso, in Slovenia, che oggi è parte dell’Unione Europea, ma succeda non in Turchia che non non è membro dell’UE e che sta scivolando da mesi verso una deriva autoritaria. Ankara, invece, da un secolo a questa parte non solo si rifiuta di riconoscere il genocidio dei greci del Ponto, degli armeni e degli assiri, ma non contempla l’esistenza di alcuna minoranza sul suo territorio.

 

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