In cima al MONTE BISBINO, il santuario e le trincee

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In vetta al Monte Bisbino (m.1325), in una giornata autunnale ventosa. Spettacolo assicurato: dovunque si posi lo sguardo, paesaggi superbi che non saranno i vasti spazi del Nord America o dell’Africa, in cui l’occhio vaga indisturbato senza trovare traccia di presenza umana, ma riservano il piacere della familiarità. Un po’ come quando si ritrova un vecchio amico  che non si incontra da tempo. Nella foto qui sopra,  la vetta del Palanzone vista dal Bisbino. Dietro, si intravede il Resegone.

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Sull’altro lato, la Svizzera e la vetta del Generoso. Di sicuro altrove ci sono paesaggi più grandiosi, ma la vista di queste montagne mi fa sentire a casa. I miei passi lenti le hanno percorse entrambe, i miei occhi durante la salita hanno scrutato la terra che precedeva ogni mio movimento, centimetro per centimetro. Quando possiamo dire che un luogo un po’ ci appartiene? Solo dopo averlo percorso, rigorosamente a piedi.

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In cima al Monte Bisbino, c’è un ottimo percorso di scoperta di quanto resta delle trincee della linea Cadorna. E c’è anche un santuario dedicato alla Madonna, che risale al Trecento, fondato dai pastori che frequentavano la vetta. Secondo un testo esplicativo scritto da Silvia Fasana, avrebbero spianato la cima per costruire un riparo dagli orsi e dalle intemperie, creando un piccola cappella che poi diventò il santuario.

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Ed eccola, la bella statua lignea della Beata Vergine del Bisbino. A lei si rivolsero gli abitanti di Rovenna, di Como e di Sagno per chiedere protezione ai tempi dell’epidemia di peste, nel 1630.

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Bastano pochi passi, e si varca il confine che è solo virtuale. Di concreto restano un cippo e una casupola diroccata, dove immagino stessero di guardia i finanzieri ai tempi del contrabbando.

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Basta proseguire per pochi minuti e si giunge in vista dell’Alpe Cavazza, in territorio ticinese. Non ci sono solo le tracce del confine a segnalarlo. Al primo bivio, spuntano i familiari cartelli gialli dell’Ente Federale dei Sentieri, che ho sempre considerato una sorta di angelo custode del viandante, perché negli anni mi ha dischiuso mille opportunità di vagare in terra elvetica e di scoprire angoli di insospettata bellezza, senza mai perdermi, regalandomi il piacere di sentirmi un’esploratrice in miniatura che si avventure in terre sconosciute.

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