LA FOIBA GRANDE: l’Istria di Carlo Sgorlon

Paesaggio carsico © Foto Hugo Soria

La Foiba Grande di Carlo Sgorlon è un romanzo uscito nel 1992. All’epoca non conoscevo questo scrittore friulano, scomparso nel 2009, né le storie ispirate alla sua terra che lui amava raccontare. Questo libro ha avuto successo e varie riedizioni, tra cui quella del 2020 negli Oscar Moderni Cult di Mondadori, in cui mi sono imbattuta. Per caso. Spesso gli incontri migliori avvengono proprio così, fra gli scaffali di una libreria in cui si va a curiosare.

E così l’artista Benedetto Polo, sua madre Filomena, Maddalena con i figli Vera e Frane, Partenija vedova di un ufficiale austroungarico, Vlado innamorato dell’esuberante Vera, Simon Manasser, Michele Radole gabbato dalle nipoti, Milan Bencovich e il parroco don Urbano sono diventati i miei compagni di strada di questo agosto. Li ho portarti con me in Svizzera. Di giorno vagavo per le Alpi e alla sera ritornavo in Istria fra gli abitanti di Umizza, paese immaginario dell’entroterra istriano. LI ho seguiti in un arco temporale che spazia dalla fine del Primo conflitto mondiale che ha assegnato l’Istria all’Italia poi diventata fascista fino alla caduta del regime di Mussolini e al vuoto di potere che ha favorito i partigiani titini e l’annessione di questa terra alla Jugoslavia.

Veduta di Parenzo © Foto Loris Romito.

Basta uno sguardo alle città sulla costa istriana come Parenzo, Umago, Cittanova, Pola, Rovigno e si respira aria veneziana. Le pietre raccontano storie di naviganti intrepidi, di commercianti e di genti italiche che si installavano in nuove terre portando la loro cultura, l’architettura e quella lingua che risuona anche nei nomi oggi slavizzati di tanti luoghi. Sgorlon però mette in guardia: l’Istria è stata da sempre un crocevia di genti. Non solo veneti e croati, ma anche tedeschi, slavi del sud, pirati… E fino ai tempi dell’impero austroungarico questo crogiolo ha funzionato alla perfezione, al punto che ogni istriano poteva dirsi portatore di più origini, di molteplici radici che convivevano in armonia. Come nei personaggi di Umizza ideati dallo scrittore.

Biblioteca di Seghetto, Umago.

Poi, prima il fascismo, in seguito l’esercito di Tito hanno alterato per sempre questa normalità che durava da secoli. Se prima erano gli italiani a cambiare i cognomi slavi, poi arrivarono gli slavi a distruggere i cimiteri e le lapidi dei morti italiani, a mutare i nomi dei luoghi, a gettare nelle foibe chi non era allineato con loro. Molti fuggirono verso l’Italia, da profughi disperati.

“L’Italia ci accoglieva, ma a denti stretti, perché era costretta a dividere con noi la propria miseria e la scarsità di ogni cosa. Eravamo dei disoccupati, senza casa e senza soldi, che si aggiungevano agli altri italiani senza lavoro e senza un tetto sulla testa”, scrive Sgorlon ne La Foiba Grande.

Altri si ostinarono a restare, e contro di loro – come racconta Sgorlon con grande equilibrio – si scatenò la vendetta degli slavi.

“Si cominciò anche a parlare di persone arrestate in casa senza accuse definite, e portate via nella notte. (…) Gli arrestati venivano fatti salire (nei camion) con l’accusa di essere nemici del popolo e della rivoluzione, una cricca antinazionale, fascisti senza tessera, e portati chissà dove”.

Quel “chissà dove” furono le foibe. Gianni Oliva, nella postfazione del libro, parla di 8-10 mila infoibati. Autentici desaparecidos di cui non si troverà più traccia, i cui corpi spesso venivano coperti da colate di cemento per essere cancellati per sempre.

Il libro di Carlo Sgorlon trasmette il dolore e lo sgomento di una comunità che viene sradicata, incredula fino alla fine rispetto a quanto stava accadendo, anche davanti i suoi morti. Costretta ad arrendersi all’evidenza: il mondo che conoscevano era scomparso per sempre e non sarebbe risorto mai più. Quell’Istria in cui la gente conviveva in pace – sotto l’egida della stessa religione cattolica, che univa e facilitava i rapporti – era stata annientata dalla brutalità dei nazionalismi. E gli istriani, orgogliosamente portatori di tante identità, dovettero scegliere per sopravvivere: o slavi, o italiani. Mai più istriani.

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