AFTER DARK, o dell’alienazione metropolitana dei giovani giapponesi

Premessa: non sono una fan di Haruki Murakami. Ho deciso di leggere “After dark” (アフターダーク Afutā Dāku: che orrore, questo romaji!) solo perché mi sembrava una lettura veloce e sufficientemente claustrofobica, perfetta in questa Milano di luglio, rovente e zanzarosa, in cui si può vivere solo in uno scafandro di Autan…

In questo romanzo, Murakami racconta di vite che si incrociano nel corso di un’unica notte. Mari, che trascorre una notte insonne da Denny’s a leggere; Takahashi, trombettista jazz; Eri, una ragazza immersa in un sonno misterioso; una prostituta cinese picchiata a sangue in un love hotel; Shirakawa, un impiegato dalla doppia vita… In una Tokyo che non dorme mai, questi personaggi si muovono trascinando le proprie frustrazioni. Alienati e fragili, in fondo non sanno cosa cercano veramente. E’ come se fossero dei palombari chiusi nel proprio scafandro: tentano di comunicare, di instaurare relazioni con gli altri, ma alla fine restano sempre isolati nel proprio mondo.

Come Eri Asai, una specie di Bella Addormentata, che ha staccato la spina dalla realtà rifugiandosi in un sonno letargico. Un sonno che è come un suicidio: il sangue pulsa nelle sue vene, ma è come se fosse entrata in una specie di stato comatoso. Eri è bellissima e ha tutto ciò che vuole dalla vita, ma come gli altri personaggi porta il suo fardello di infelicità e si rivela più fragile di tutti.

Alla fine della lettura, questo romanzo lascia solo una leggera angoscia. È tecnicamente e stilisticamente perfetto, ma non emoziona. Tutto sommato, una lettura perfetta in una notte d’afa, con il ventilatore sparato al massimo della potenza.

 

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