A VILLA CARLOTTA un’opera di Maria Dompè

Se gli edifici storici potessero parlare, avrebbero storie da raccontare a bizzeffe. Villa Carlotta, sul lago di Como a Tremezzina, ci intratterrebbe con le vicende del suo fondatore, il nobiluomo Giorgio Clerici, che nel Seicento volle questa sontuosa dimora con giardino per esibire il potere e la ricchezza della sua famiglia. Poi arrivò Giovanni Battista Sommariva (1769-1926), avvocato con il pallino per l’arte, che ampliò il giardino e riempì la dimora di opere d’arte… Uomo di potere, che fece di tutto per inserirsi nell’entourage di Napoleone Bonaparte e della Repubblica Cisalpina. E ci riuscì.
Al Sommariva piaceva anche farsi ritrarre: il quadro qui sopra di Pierre Paul Proud’hon l’ho visto alla Pinacoteca di Brera, che in questo momento espone la “Pinacoteca viaggiante” di Sommariva, una collezione di miniature (smalti su rame) con soggetti mitologici neoclassici. Mi sono chiesta se Sommariva li tenesse in una delle sue residenze, o se vi invece amasse portarli con sé, incarnando quel rapporto possessivo e viscerale che a volte hanno i collezionisti con la loro collezione.
Certamente era più complicato spostare le opere di maggiori dimensioni che era riuscito a radunare a Villa Carlotta, come il fregio marmoreo dello scultore danese Bertel Thorvaldsen, che allora andava per la maggiore. O questa stupenda Venere di Pietro Fontana (antecedente al 1830), una delle tante pregevoli sculture che ospita al suo interno Villa Carlotta, che da sole valgono la visita. Napoleone Bonaparte morì nel 1821, Sommariva nel 1826. La villa passa di nuovo di mano: da Clerici poi Sommariva, diventa finalmente Villa Carlotta quando nel 1843 Marianna di Orange-Nassau la compra per regalarla alla figlia Carlotta. Un regalino, in occasione delle nozze della ragazza con Giorgio II di Sassonia-Meiringen.
“Una vera fortuna”, direte voi. Non proprio: Carlotta (1831-1855) a 21 anni diventa moglie. A quei tempi senza contraccettivi il destino delle donne – popolane o nobildonne, indifferentemente – era continuare a produrre bambini. Delle sorti delle donne del popolo sappiamo poco, la Storia non serba traccia del loro passaggio. In quanto principessa, di Carlotta invece sappiamo di più: in meno di cinque anni, mise al mondo quattro bambini. Le fu fatale il quarto: morì di parto, e pure il neonato non sopravvisse. La povera Carlotta non aveva ancora compiuto 24 anni. Giorgio di consolò in fretta: si risposò, rimase di nuovo vedovo, e si sposò per una terza volta. Al di là delle sue donne, se la villa potesse parlare, ci racconterebbe degli sforzi di Giorgio, appassionato botanico, per abbellire e ingrandire il giardino, che sotto la sua guida raggiunse le dimensioni attuali, arricchendosi di azalee e rododendri, la cui fioritura continua a essere un’attrazione.

Ma lasciamo l’edificio ai suoi ricordi e torniamo all’oggi. Questa premessa era però necessaria, perché è il destino di Carlotta e quello delle donne ad aver ispirato l’artista romana Maria Dompé, coinvolta dalla curatrice Elena Di Raddo e dalla direttrice di Villa Carlotta Mariangela Previtera in un’interessante sfida: la creazione di due opere ambientali, una effimera e l’altra permanente. La prima (nella foto qui sopra), presentata in occasione dell’inaugurazione a giugno, era ospitata nella Sala dei Gessi di Villa Carlotta.
I petali di rose bianche e dei fiori del giardino hanno determinato la sua breve durata. Era composta anche da riso e frammenti eterei di tessuti indiani, istoriati di disegni dei ragazzi dell’Accademia di Brera, invitati a riflettere sulla condizione femminile. Il bianco dei tessuti fa da ponte verso un’altra cultura, quella del mondo religioso induista, dove il bianco era il colore del lutto e le vedove rischiavano di essere bruciate sulla pira del marito defunto, una pratica definita “sati”, divenuta fuorilegge nel XIX secolo. In seguito, quando la loro vita veniva risparmiata, erano comunque ostracizzate dalla società. L’opera effimera mi ha evocato un mandala buddhista di sabbia, portatore di bellezza effimera, destinato con il suo dissolvimento a ricordare l’impermanenza delle cose.

La seconda opera di Maria Dompé non è destinata a dissolversi, ma è in continua evoluzione. Io l’ho vista all’inaugurazione, a giugno, ma se voi andate adesso, avrete il privilegio di vederla cambiata, perché è composta da piante vive. Si tratta di un’installazione botanica, un’opera di land art realizzata nella parte del giardino che confina con il bosco. “A tutte quelle donne a cui non è permesso realizzare i propri sogni!” è la dedica dell’artista. Ispirandosi ai cesti in cui si raccolgono i fiori recisi, Dompé ha creato uno spazio plastico fiorito, che valorizza questa porzione di parco che porta al giardino storico, riqualificata grazie a un progetto finanziato dal PNRR. Sono presenti una pluralità di piante – aster, pennisetum, allium, echinacee, gaure, agapanti – scelti dall’artista in collaborazione con i giardinieri di Villa Carlotta.
In questo gioco di specchi in cui il giardino antico dialoga con il lago, si aggiunge dunque un altro tassello di sapore contemporaneo, che vale la pena scoprire. Perché Villa Carlotta con le collezioni artistiche e vegetali ha sempre molto da dire. E se la vicenda di Carlotta e della sua famiglia vi appassiona, tenete d’occhio il sito. Nel 2026, ci sarà una mostra dedicata ai Sassonia-Meiringen.
Foto © Ufficio stampa Villa Carlotta/Ugo Ambroggio di Aleph, Maria Tatsos




