Ecco il MUST, primo Museo di Storiografia Naturalistica

Sala degli scheletri, MUST, UNiversità di Parma

Dal 30 ottobre scorso ha aperto al pubblico il MUST, Museo di Storiografia Naturalistica dell’Università di Parma. Non fatevi fuorviare dalle immagini: non è solo un museo di storia naturale con oltre 6000 reperti esposti, ma è molto di più. È anche un percorso storico che si avvale delle collezioni del museo – nato nel lontano 1766 – per aiutarci a capire come è cambiata la visione della storia naturale nel corso dei secoli.Passando per un anno chiave: il 1859, quando Charles Darwin pubblica il libro L’origine delle specie e con la sua teoria dell’evoluzione rivoluziona per sempre la scienza. Mandando in soffitta l’idea che le specie animali sono immutabili dalla notte dei tempi, quando Dio le creò. E aprendo le porte anche all’idea che anche noi Sapiens siamo legati, grazie alla catena evolutiva, alle prime forme di vita animale apparse sulla Terra, circa 550 milioni di anni fa. Andate a vedere alla voce Dickinsonia, un fossile definito il Sacro Graal della paleontologia.

Maria Luisa ritratta da François Gérard nel 1810.

L’artefice è Maria Luisa, moglie di Napoleone

Maria Luisa d’Asburgo Lorena, duchessa di Parma e moglie di Napoleone, appassionata di scienza, è all’origine di buona parte della ricca collezione del MUST. Inclusa la capra egiziana e lo struzzo, che acquistò da uno “zoo” privato di Milano. Gli animali sono tutti tassidermizzati. Fra lo shopping della duchessa, figura anche l’impressionante dente di narvalo, un cetaceo che negli esemplari maschili presenta questa sorta di zanna. «Si credeva che il dente di narvalo fosse il corno dei mitici unicorni, spiega Davide Persico, direttore del MUST. «Maria Luisa lo prestò al museo». E il prezioso dente è rimasto qui. Si inizia a vedere la collezione dopo aver superato una Wunderkammer iniziale, creata con le collezioni dell’ateneo in cui figurano anche incredibili ceroplastiche del corpo umano, che avevano uno scopo didattico, e per chi se la sente di guardare ci sono anche le maschere facciali di criminali che Lorenzo Tenchini produceva nell’Ottocento per Cesare Lombroso. Andando oltre si entra in un salotto dedicato a Maria Luisa, poi si incomincia il viaggio che porta dai molluschi ai primati.

Si è quasi frastornati dalla quantità incredibile di animali uccisi e tassidermizzati. Lo sguardo si perde fra le vetrine, con stupore. Ci sono animali che forse solo uno specialista conosce. Come il falco pigmeo, il rapace più piccolo al mondo, che si ciba soprattutto di insetti. Un’enorme teca racchiude gli okapia, che sono il simbolo del MUST. Vengono dal Congo, dove furono scoperti intorno alla fine dell’Ottocento. «I due esemplari del MUST sono arrivati nel 1907, e sono più antichi giunti in Italia», puntualizza il direttore Davide Persico. Si credeva che fossero una sorta di asini, ma in realtà sono parenti delle giraffe.

Perché tutti questi animali morti?

Camminando fra le teche, la domanda che sorge spontanea a noi contemporanei – soprattutto a chi ama gli animali e ama vederli, quando possibile, vivi, oppure nei documentari – è: perché questa carneficina?  È una questione di diversa sensibilità. «In passato i censimenti faunistici non si facevano con il binocolo, ma con il fucile», spiega Persico. Per provare l’esistenza di un dato animale, si uccideva un esemplare e si predisponeva il corpo per essere conservato ed esposto in un museo. La finalità era anche didattica e di studio. Oggi una collezione come questa testimonia la biodiversità esistente in quel periodo. Come racconta il direttore, ai tempi di Maria Luisa, l’obiettivo era ammaliare e stupire il visitatore con la vastità del mondo animale. Poi, dopo il 1859, lo scopo diventa quello di esprimere la cultura scientifica. Per esempio, una disciplina come l’anatomia comparata metteva a paragone gli scheletri di diversi vertebrati per cercare, sulla scia di Darwin, di ricostruire i processi evolutivi, cioè la filogenesi, analizzando quali rtapporti ci sono fra animali del passato e attuali.

A colloquio con i direttori Strobel e Andres

Dopo il 1859, il museo di allora cambia volto grazie a uno dei suoi direttori: Pellegrino Strobel. Proprio nell’anno in cui Darwin pubblica il libro che rivoluziona la biologia, Strobel diventa docente universitario a Parma ottenendo anche l’incarico di responsabile del museo. È lui a rompere per primo con l’idea di un’esposizione sistematica in un museo di storia naturale per aprire le porte alla visione evoluzionista. Un quadro parlante ci racconta la sua storia, così come un’altra installazione di questo tipo ci porta a conoscere Angelo Andres, anche lui docente e direttore del museo dal 1899. Andres è una figura cosmopolita: ha studiato e lavorato a Lipsia, Parigi, Londra – dove ha conosciuto Thomas Henry Huxley, zoologo amico di Darwin – e a Napoli.

La pelle di leopardo usata per uccidere i belgi

È difficile raccontare tutta la mole di reperti del MUST. Ci sono anche due collezioni etnografiche, provenienti da Congo e attuale Repubblica centrafricana, che sono state rivisitate e presentate facendo un’opera di decolonizzazione, cercando cioè di raccontare gli oggetti dal punto di vista delle popolazioni che li hanno create, e non degli europei che li hanno sottratti. Colpisce un costume di una società segreta, quella degli uomini-leopardo, che si opposero alla dominazione belga. Travestiti da leopardo con tanto di strumenti che simulavano gli artigli, questi guerrieri colpivano e uccidevano gli europei colonizzatori. A lungo si credette che le aggressioni fossero fatte da leopardi, prima di scoprire la verità.

Vittorio Bottego e l’Eritrea

Anche il Regno d’Italia nella seconda metà dell’Ottocento cerca di emulare le altre potenze europee, progettando di avere colonie in Africa. Il primo passo è quello di mandare in avanscoperta un esploratore scienziato, con la scusa di fare ricerca e informazioni. Così da Parma nel 1887 parte il militare Vittorio Bottego (1860-1897) per l’Eritrea. Non è uno scienziato, ma viene incaricato di portare a casa esemplari della fauna dell’Eritrea (soprattutto uccelli e altri mammiferi). Il materiale da lui portato si trova in una grande sala del MUST, in cui troneggia anche il calco in gesso del monumento a lui dedicato, nella piazza antistante alla stazione ferroviaria. Il MUST cerca di rimettere in una giusta luce la figura di questo personaggio, morto in un’imboscata in Etiopia. La sua missione era legata al colonialismo italiano, questo è indubbio. Ma tentò di dare anche un contributo alla scienza.

Le farfalle di don Ezio Boarini

Prima di lasciare il piano alto del MUST, si passa da una Wunderkammer strepitosa.  Racchiude quasi 300 scatole entomologiche che contengono farfalle diurne e notturne, e alcuni coleotteri, realizzate da don Ezio Boarini. Appassionato entomologo, il sacerdote collezionava esemplari da tutto il mondo. La sua collezione è stata acquisita nel 2001.

E prima di lasciare questo sorprendente museo, al piano terra ci sono ancora alcune vetrine da vedere, incentrate su temi attuali, come la sostenibilità, le estinzioni, il commercio illegale di animali e di loro parti. Da non perdere lo scheletro di una balenottera di circa otto metri, risalente al PLiocene (5,3 – 2,5 milioni di anni fa).

Foto © Maria Tatsos, Nicola Franchini

 

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