La mia estate a STALINGRADO con Vasilij Grossman

Stalingrado è una delle città martirizzate durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu il teatro dello scontro decisivo fra tedeschi e russi che portò alla sconfitta di Hitler e alla liberazione dell’Urss invasa dai nazisti. Siamo nel 1942, ma l’immagine qui sopra ci ricorda tristemente Gaza, oggi. Se fermassi 100 persone per strade, non credo che più di una decina ricordino il nome di questa città. Dal 1961 si chiama Volgograd e fa parte della Russia. Ma c’era ancora l’Urss quando si è voluto archiviare quel nome, Stalingrado, troppo legato a un dittatore che si voleva dimenticare.

Tra luglio e agosto 2025, ho fatto un viaggio nel passato grazie a Stalingrado di Vasilij Grossman. Un viaggio impegnativo: il libro – di cui non vedete qui sopra lo spessore – è di 884 pagine. Nell’estate del 2017 avevo letto quello che è ritenuto il capolavoro di Grossman, Vita e destino, pubblicato per la prima volta nel 1980. Stalingrado lo precede: è uscito per la prima volta a puntate su una rivista nel 1952, l’anno precedente alla morte di Stalin. Ve lo dico perché, con Stalin vivo, Grossman non poteva certo permettersi le critiche ai regimi totalitari, incluso quello sovietico, che fa in Vita e destino. Il tono di Stalingrado è decisamente diverso, legato all’esigenza di superare le forche caudine della censura.

Mi sono avvicinata a Stalingrado pensando di leggere un libro che raccontasse in forma romanzata il punto di vista sovietico sui vari momenti di una battaglia lunghissima, durata da luglio 1942 a febbraio 1943. Grossman, che è stato un grande reporter di guerra, ha un talento nel raccontare le fasi del conflitto che decide di descrivere. Ma giunge fino a settembre 1942. E questo un po’ mi ha delusa, anche se ricordavo che Vita e destino riprende alcuni momenti successivi della battaglia.

Un mondo di personaggi

In questo Guerra e pace del Novecento, ci si affeziona ai personaggi che il lettore impara a frequentare a lungo e che entrano anche nella sua vita, almeno durante il periodo della lettura. La matriarca Aleksandra e le figlie Shaposhnikov, i loro mariti, gli amici. E poi, il mondo che ruota intorno a personaggi secondari, come Pavel Andreev o il kolchoziano Vavilov, utili a decifrare la società sovietica dell’epoca. Chi non muore, lo ritroviamo in Vita e destino. Magari in un lager siberiano. Ma in Stalingrado, Grossman è fermo alla fase precedente: tesse le lodi del popolo russo e del suo eroismo e, di riflesso, anche del dittatore che l’ha guidato.

Vasilij Grossman.

Non mancano momenti ostici – certe descrizioni della battaglia o della vita in miniera, solo per citarne un paio – ma nel complesso Grossman riesce nel suo intento di avvicinarci alla gente comune, al dolore e alla miseria della guerra, alle violenze subite a opera dei tedeschi. Ma sa raccontarci anche la reazione di un popolo tenace nella sua resistenza, che dopo l’invasione di Hitler non si piega e reagisce, costruendo nuove fabbriche per produrre le armi necessarie a respingere il nemico. Sembra di vederle quelle madri con il fazzoletto in testa, che nelle campagne ammoniscono i bimbi che si lamentano dicendo “Non piangere, se no Adolf prende l’aereo e arriva qui…”. Adolf che disprezzava gli slavi e  voleva ridurli a schiavi del suo Reich.

Non demonizziamo tutti i russi

La Russia ha versato un tributo di sangue pazzesco nella Seconda Guerra Mondiale: circa 27 milioni di morti, tra cui 18 milioni di civili. Ho letto Stalingrado con profondo rispetto per chi ha difeso la sua libertà, ma anche la nostra. Lo so, è difficile provare simpatia per la Russia di oggi, di fronte a quanto sta succedendo. Ovviamente questo vale anche per Stalin e per i crimini dell’era comunista. Ma è alla gente comune, a un popolo che ha sofferto e non poco, che va la mia empatia. Non tutti i russi sono criminali. Anzi, come racconta Grossman in Stalingrado, la storia è piena di eroi sconosciuti che si sono sacrificati chi per la patria, chi per difendere un’idea di libertà e giustizia, chi i propri figli e la famiglia. No, non mi sono pentita di aver trascorso la mia estate a Stalingrado con Grossman: è stato un vero piacere.

 

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