La mostra SGUARDI SULL’AFRICA a Piacenza

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Il salone di Palazzo Gotico con le opere esposte © Giovanni Emilio Galanello

Si intitola Sguardi sull’Africa la mostra ospitata nel cuore di Piacenza, a Palazzo Gotico, fino al 4 maggio prossimo. Arte e Africa sono due parole che agli occhi di molti di occidentali non sempre vanno a braccetto. Si continua a sapere troppo poco di questo continente e a volte si è ancora prigionieri degli stereotipi che dipingono un’Africa selvaggia e senza storia. Invece, non esiste una sola Africa, ma tante Afriche, con istanze culturali diverse. Con opere del passato, ma anche interessanti artisti contemporanei. Il merito di questa mostra è proprio quello di offrirci una finestra sull’arte africana, svelandoci un mondo ricco e complesso.

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Sulla destra, il collezionista Paolo Giglio durante la presentazione della mostra © Maria Tatsos

Marocco tra tradizione e modernità

Sguardi sull’Africa nasce da un felice incontro di collezionisti. Il piacentino Bruno Giglio e suo figlio Paolo da molti anni frequentano Marrakech, dove si sono appassionati di pittura marocchina contemporanea. C’è una sezione della mostra dedicata alla Scuola di Casablanca e al Modernismo in Marocco, che testimonia della ricchezza e della complessità della scena marocchina del Novecento. Si tratta di artisti nati negli anni Trenta e Quaranta, che hanno avuto occasione d’incontrare l’arte europea, ma che hanno saputo cercare una propria strada. C’è chi recupera radici berbere, chi vuole restare in seno alla tradizione  senza rinunciare alla modernità, chi desidera sperimentare nuovi percorsi  personali. Non mancano le donne. Come Fatima Hassan El Farrouj, presente con un grande olio du tela, Senza titolo (2000). Un trionfo di figure femminili, di colori, di suggestioni nordafricane reinterpretate con uno sguardo molto personale e incisivo. Le sue opere e quelle di un’altra donna, Fatna Gbouri, trasmettono grande forza e non si fanno dimenticare. Tutti i quadri di questa sezione provengono dalla collezione Giglio.

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Fatima Hassan El-Farouj, Senza Titolo (2000) © Lara Facco ufficio stampa

Statue e maschere dall’Africa nera

Nell’ampia sezione dedicata a Oggetti e Sculture di Culto ci si sposta verso l’Africa nera. C’è da restare incantati di fronte alla varietà di opere presentate. Pannelli e porte del popolo Dogon del Mali – diventato celebre in Europa grazie agli studi dell’antropologo Marcel Griaule – ma anche maschere, tavolini, statue maschili e femminili, provenienti da diversi luoghi, realizzati dalla fine dell’Ottocento in poi. «Questi oggetti facevano parte della collezione di un professore francese, René Marcy, che li ha raccolti in circa settant’anni di ricerca», ha raccontato Bruno Giglio. «Cercava qualcuno che li valorizzasse. Me li ha affidati, e ho promesso di mantenere questo impegno». La mostra è un’occasione speciale perché gli oggetti incontrino il grande pubblico. Perché si instauri un dialogo, perché interagiscano e trasmettano emozioni anche a chi vive in un mondo lontano.

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Testa commemorativa, Regno del Benin, Nigeria, XX secolo © Maria Tatsos

La sacralità degli oggetti

Questi oggetti «non erano concepiti come elementi decorativi, bensì come mediatori, tra il mondo dei vivi e quello degli antenati, tra l’individuo e la collettività», scrive il curatore Samuele Menin. In mostra non ci sono i nomi degli artisti, perché non conta chi ha scolpito una statua, la sua bravura, l’estetica dell’oggetto. Contano il contesto spirituale e sociale, l’uso dell’oggetto che poteva essere “attivato” in particolari momenti, come riti religiosi, danze, cerimonie. Chiunque visiti la mostra deve avere chiari questi concetti, che differenziano l’approccio artistico di quest’area dell’Africa dall’Occidente.

Fathi Hassan, La Mappa dell'amore (2009) © Maria Tatsos

I contemporanei nella Collezione 54

C’è anche una sezione dedicata all’Arte Contemporanea Africana, proveniente dalla Collezione 54, frutto della ricerca trentennale del collezionista Rosario Bifulco. Le opere esposte spaziano dalla pittura alla fotografia, dagli arazzi alle installazioni, e testimoniano di un universo artistico altamente variegato e dinamico. Non potendo citare tutti – la selezione è ampia – ho scelto Fathi Hassan, egiziano, con la sua opera La Mappa dell’amore (2009) in oro, glitter argento, olio e sabbia su tela (foto sopra). «Hassan usa simboli e segni per raccontare storie silenziose, invisibili, che si nascondono dietro la superficie della vita quotidiana», scrivono i curatori Paolo Giglio e Samuele Menin.

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Ako Atikossie, L’Europa o l’assenza (2014) © Lara Facco ufficio stampa

Giovani voci

La quarta e ultima sezione di Sguardi sull’Africa – che però è la prima che si incontra all’ingresso – è dedicata alle Giovani Voci. Si tratta di artisti provenienti da contesti geografici e culturali diversi, molti segnati dall’esperienza della migrazione. La diaspora diventa causa e stimolo per rivisitare le proprie radici, rinnovandole in chiave personale e attuale. Gli artisti di questa sezione affrontano temi legati alla memoria, all’eredità coloniale e ai sistemi di rappresentazione che hanno contribuito a costruire narrazioni semplificate sull’Africa e sulle sue comunità. Un interessante esempio sono le installazioni sculture in gesso colorato di Ako Atikossie, artista togolese che vive in Italia, collocate vicino alla statuaria tradizionale. Come a segnare un filo invisibile fra passato, presente e futuro, in cui l’artista racconta nuove storie senza perdere di vista la sua stella polare, che l’Africa.

La mostra Sguardi sull’Africa rinsalda un legame che la città di Piacenza ha sempre avuto con l’Africa. «Abbiamo lavorato un anno e mezzo per creare questa mostra», ha raccontato Paolo Giglio. Le 250 opere esposte sono un invito rivolto a tutti a essere curiosi dell’Altro e anche alla popolazione di origine africana presente in città. Perché l’arte può davvero essere un punto d’incontro e di conoscenza reciproca. L’ingresso è libero.

Info: https://sguardisullafrica.it

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