Lettere dei BAMBINI ai FABBRICANTI DI ARMI

C’è quasi da rimpiangere i tempi in cui gli eserciti si affrontavano in un campo di battaglia, lasciando donne, anziani e bambini a casa. Dalle Termopili a Waterloo è andata così. Poi, nel Novecento, le guerre hanno cessato di essere un affare esclusivo dei militari, chiamando in causa sempre di più anche i civili. Al momento, i conflitti in corso nel mondo sono oltre 50 e coinvolgono oltre 500 milioni di bambini (2024). Missili e bombe significano per i più piccoli distruzione, perdita di persone care, impossibilità di studiare, giocare, nutrirsi in modo adeguato, avere un’infanzia normale, quando non comportano mutilazioni, malattie, morte.
C’è un libro appena pubblicato, intitolato Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi (Piemme), che è una lettura più che mai necessaria. Consigliata ai nostri ragazzi dagli 11 anni in su, che hanno la fortuna di sentir parlare di guerra come qualcosa di lontano e che non li riguarda, ma anche agli adulti. A cominciare da chi pensa che la guerra sia la soluzione. In questo libro nato da un’idea di Arnoldo Mosca Mondadori, Anna Pozzi e Cristina Castelli, trovate le testimonianze di bambini e adolescenti provenienti da cinque luoghi del globo devastati dalla guerra: Ucraina, Gaza, Myanmar, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo.

Una domanda che cambia la vita
L’idea di raccogliere queste voci è venuta ad Arnoldo Mosca Mondadori. Come spiega nella prefazione, si è imbattuto nella storia di Vito Alfieri Fontana, proprietario di un’azienda che produceva mine antiuomo. Un giorno, suo figlio trovò in macchina dei cataloghi e quando capì di che cosa si trattava, chiese al padre se fosse un assassino. La crisi di coscienza determinata dalla domanda sincera e acuta di suo figlio portò Alfieri Fontana a chiudere l’attività. Con l’incoraggiamento di Papa Francesco, è nato il progetto di Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi, con l’obiettivo di trasmettere uno sguardo diverso sulla guerra, quello delle vittime innocenti, attraverso le loro storie e i loro disegni.
Sud Sudan, in fuga da due guerre
«È un percorso che abbiamo condiviso con molte persone, che ci hanno aiutato», spiega Anna Pozzi, giornalista, che ha raccolto le testimonianze pubblicate. «Padre Gabriel Romanelli da Gaza è stato il primo a contribuire al progetto, svolgendo con i ragazzi attività normali in oratorio in circostanze drammatiche, mentre intorno infuriava la guerra». Altre voci sono state raccolte direttamente da Anna Pozzi durante i suoi viaggi in Myanmar e Congo o attraverso i suoi contatti. «Sono stata anche in Sud Sudan per incontrare bambini e ragazzi in un campo di sfollati. È stata una delle situazioni più estreme che mi sia capitato di vedere. Ho parlato con minori scappati da due guerre, prima dal Sud Sudan verso il Sudan, per poi tornare di nuovo in Sud Sudan. Qui gli allagamenti dovuti alla crisi climatica rendono le condizioni di vita ancora più complicate. Le loro storie erano a volte molto dure e difficili ma i ragazzi avevano voglia di raccontarsi, con grande maturità nel contestualizzare il loro vissuto nella comunità. E con il desiderio di pensare comunque al futuro».

“Basta, vogliamo vivere in pace!”
Anna Pozzi ci tiene a sottolineare che il progetto non finisce con la pubblicazione del libro Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi. Innanzitutto, il volume è stato inviato ai produttori d’armi italiani. Risposte? «Per ora nessuna», dice. Eppure fra i bambini c’è anche chi si rivolge direttamente a loro. Majd, 11 anni, della Striscia di Gaza, scrive: “Questo è il mio messaggio ai produttori di armi: avete ucciso la gente, i bambini sono diventati orfani, le case sono distrutte, le armi sono molto pericolose, l’esercito ha massacrato le persone e abbiamo paura di tutto. Basta! Vogliamo vivere in pace!”. C’è da sperare che le parole di Majd e degli altri trovino il modo di giungere direttamente al cuore e alla coscienza di chi lavora in quest’industria che produce distruzione e morte.
«È importante che ci siano spazi sicuri dove i bambini che hanno vissuto la guerra possano esprimersi, raccontare la loro esperienza, elaborare lutti e traumi, sentirsi in contatto con altri bambini», aggiunge Pozzi. Il lavoro di raccolta di queste voci e disegni continua (per saperne di più, basta inquadrare il QR code in fondo al libro). C’è l’auspicio che Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi possa essere «uno strumento educativo, che arrivi in mano ai ragazzi italiani e si creino ponti di conoscenza». E che contribuisca a creare un movimento di opposizione alla guerra e a ogni forma di violenza, sopruso, violazione dei diritti umani, soprattutto dei più piccoli.
Cosa vuoi fare da grande?
Un incontro che non hai dimenticato? «Una ragazzina di 13 anni, che è lamentata con me perché non le avevo chiesto che cosa volesse fare da grande», racconta Anna Pozzi. «Ovviamente le ho posto la domanda. “Il Presidente!” mi ha risposto. Una scelta curiosa: altri ragazzini hanno detto “medico” o “insegnante”. Le ho chiesto il motivo. “Perché loro – il presidente, i politici – non capiscono quanto siamo stanchi di tutto questo”».
Info: Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi di Arnoldo Mosca Mondadori, Anna Pozzi, Cristina Castelli. Piemme, Il battello a vapore, pp.160, 14,50 euro
