I capolavori di PELLIZZA DA VOLPEDO alla GAM di Milano

Il nome Pellizza da Volpedo evoca subito nell’immaginario collettivo il celeberrimo Il Quarto Stato (1898-1901), un dipinto monumentale a olio che è l’emblema della pittura sociale d’inizio Novecento. Ma l’artista nativo di Volpedo, in provincia di Alessandria, non si riassume in questo quadro, esattamente come Leonardo non è solo la Gioconda. Pellizza da Volpedo, che di nome faceva Giuseppe ma che amava firmare le sue opere con il cognome e il suo luogo di provenienza, è stato un importante esponente della pittura divisionista italiana, un maniaco della luce e un poeta della sua terra. A cent’anni dalla mostra monografica di Milano del 1920, la Galleria d’Arte Moderna (GAM) di Milano gli rende omaggio con una strepitosa mostra che ci racconta anche l’uomo che c’è dietro al Quarto Stato. E ci consente di avvicinarci alle sue opere più significative. Insomma, un evento da non perdere.

Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) vive quasi tutta la sua vita nel borgo natio, dove crea il suo studio e dove nei compaesani e nella campagna trova i soggetti che lo ispirano. È figlio di un piccolo proprietario terriero e la famiglia asseconda le sue inclinazioni artistiche. Nel 1884, a soli 16 anni, è già all’Accademia di Brera, e ha già vinto vari premi. È bravo, Giuseppe, e desideroso di migliorare: si perfeziona negli studi di diversi pittori, trascorre un periodo a Roma, immancabile nella formazione di un artista – e a Firenze all’Accademia di Belle Arti ha come maestro Giovanni Fattori. Poi è la volta di Cesare Tallone, all’Accademia Carrara di Bergamo. Insomma, un percorso di tutto rispetto, possibile solo a un aspirante artista proveniente da una famiglia benestante.
Il matrimonio con Teresa
Nel 1890 ritiene di aver già visto e sperimentato abbastanza fuori casa, e torna a Volpedo, dove apre il suo studio. Due anni dopo, sposa Teresa Bidone, il grande amore della sua vita. Teresa è una contadina analfabeta e Giuseppe le insegna a leggere e scrivere. È il volto di sua moglie quello della popolana con il bimbo in braccio, in prima fila ne Il Quarto Stato, esattamente come i visi che vediamo nel quadro sono quelli di alcuni compaesani. Volpedo è il mondo di riferimento di Giuseppe. Qui ci sono i genitori, la famiglia, la sua gente. Nel corso della sua vita si allontanerà solo per partecipare a esposizioni e intessere relazioni necessarie a farsi conoscere e a promuovere la sua arte.

Fra i miei quadri preferiti in mostra, c’è Speranze Deluse (1894). In quest’opera Pellizza da Volpedo ci racconta una storia, con una precisione quasi fotografica. La contadina in primo piano con le pecore volta tristemente le spalle al corteo nuziale del ragazzo che avrebbe voluto sposare, ma che ha scelto un’altra. La luce che illumina il prato e la donna, le sagome degli alberi spogli con le case sullo sfondo sono di grande suggestione. Sanno trasmettere un’emozione a chi guarda.

Ho amato molto anche Lo specchio della vita (1898). Pellizza da Volpedo ha ormai abbracciato il divisionismo e qui il paesaggio con gli animali diventa lo scenario in cui veicolare il suo messaggio. Come il gregge di pecore in cui tutte seguono la capofila, così gli umani indulgono nelle loro cattive abitudini, giustificate dal fatto che così fanno tutti.

Spettacolare è Il Sole (1904) in cui il pittore con la sua padronanza della luce sembra farci entrare in un paesaggio totalmente inondato di raggi solari e divenuto così invisibile. Le immagini della natura di Pellizza da Volpedo divengono col tempo sempre più luoghi dell’anima. La sua arte conquista i suoi contemporanei, Giuseppe è apprezzato anche da Giovanni Segantini, con il quale ha una corrispondenza epistolare fino alla morte di lui nel 1899.
L’influenza simbolista
Gli anni che precedono Il Sole sono densi nella vita dell’artista. Nascono le sue due figlie, Maria e Nerina. Il paesaggista, legato alla natura, si lascia catturare anche da nuovi spunti provenienti dal Simbolismo, che prende piede in quegli anni. Un esempio presente alla mostra e che va in questa direzione è Idillio campestre (Il girotondo) (1906).

L’opera centrale della sua carriera artistica è Il Quarto Stato, un lavoro faraonico per il quale sostiene spese ingenti. Sono gli anni in cui la classe operaia inizia a rivendicare i suoi diritti con scioperi e manifestazioni, e Pellizza da Volpedo con il suo quadro monumentale vuole dar voce ai lavoratori. L’artista si aspettava un successo che in realtà non ebbe: l’opera è esposta alla Quadriennale di Torino ma resta invenduta. Dopo la mostra monografica del 1920, il dipinto è acquistato dalla città di Milano con una sottoscrizione.
Suicida a 39 anni
A questo punto della storia Pellizza da Volpedo non c’è più. È morto suicida nel 1907, amareggiato per questo insuccesso ma anche per le sorti della sua famiglia. Alla morte del padre, seguirà la scomparsa dell’amatissima moglie Teresa e dell’unico figlio maschio, Pietro. Giuseppe cade in depressione e non riesce a superare il dolore di queste perdite. Si impiccherà nel suo studio con il fil di ferro, ponendo termine alla sua vita all’età di 39 anni.
Foto © GAM Milano Luca Carrà, Galleria Nazionale d’Arte Contemporanea Roma, Gallerie Maspes Milano, GAM Milano Umberto Armiraglio, Gallerie Uffizi Firenze, Maria Tatsos. Si ringrazia l’ufficio stampa Clarart
Alcune delle informazioni biografiche contenute in questo articolo provengono dal docufilm Pellizza Pittore da Volpedo di Francesco Fei, con Fabrizio Bentivoglio (www.nexostudios.it/movie/pellizza-pittore-da-volpedo)
Info: la mostra resterà aperta presso la GAM Milano fino al 25 gennaio 2026. www.gam-milano.com/mostre/200/pellizza-da-volpedo-i-capolavori
