La GRANDE PAURA di Hitler al cinema: da vedere!

Sembra assurdo, ma è successo davvero. Adolf Hitler e i nazisti, creatori di un regime totalitario potente e pervasivo, erano infastiditi da Picasso. E non solo: anche da Chagall, Van Gogh, Kandinsky, Klee, Dix, Kirchner, Matisse, Modigliani… Solo per citare solo alcuni degli artisti che non sopportavano. Li temevano a tal punto da aver bisogno di ostracizzarli e di distruggere le loro opere. Incredibile, vero? L’arte può veicolare un forte messaggio contro il sistema, quindi spaventa. La storia di quanto è accaduto in Germania negli anni Trenta, con l’avvento di Hitler al potere, è raccontata nel docufilm La grande paura di Hitler. Processo all’arte degenerata. Andate a vederlo subito: è al cinema solo per tre giorni: 3, 4 e 5 novembre (Nexo Studios).

La mostra di Monaco nel 1937
Il docufilm prende l’avvio da una mostra che si è tenuta quest’anno a Parigi, al Museo Picasso, che ha voluto raccontare la persecuzione delle avanguardie artistiche sotto il nazismo. Da qui sono partite Didi Gnocchi, Sabina Fedeli e Arianna Marelli – autrici del soggetto – per fare un tuffo nel passato e raccontare, con l’aiuto di storici, esperti d’arte e critici, che cosa è realmente accaduto. Il punto focale è la mostra Arte Degenerata, organizzata dal regime a Monaco nel 1937. Con l’obiettivo di mostrare al pubblico tedesco quanto fossero disgustose le opere da loro selezionate.

Il disagio esistenziale non è ammesso
Eccone una, delle opere condannate: La famiglia Soler (1903) di Pablo Picasso. Forse perché questo quadro, come altri condannati, esprime il disagio esistenziale dell’uomo del Novecento, le sue ansie, il suo male di vivere. Qui nessuno sembra felice. E questo non va bene a un regime totalitario che esalta la famiglia tedesca tradizionale, gioiosa e orgogliosa di far parte della società nazista, impegnata a partecipare alla costruzione di un mondo nuovo per l’uomo ariano.

Una Berlino non gradita
E se i nazisti non gradivano la famigliola di Picasso, molto sobria, figuriamoci la loro reazione di fronte a un quadro come questa Scena di strada a Berlino (1913) di Ernst Ludwig Kirchner (nell’immagine qui sopra), che ritrae nei suoi dipinti la capitale d’inizio secolo, caratterizzata da una ricca vita notturna fatta di teatri, cabaret, prostituzione e ritrovi per omosessuali. Un vero orrore per il regime, che respingeva ogni comportamento non in linea con i suoi valori. Questo è il totalitarismo, e questo La grande paura di Hitler. Processo all’arte degenerata ha il pregio di ricordarcelo: un sistema che censura, condanna, reprime la libertà.

L’odio per gli artisti ebrei
Ovviamente che Marc Chagall finisse nel mirino dei nazisti era scontato. Non solo perché era ebreo (e come lui, furono censurati tutti gli artisti ebrei), ma per quello che raccontava nei suoi quadri. Era onirico, visionario: caratteristiche che non piacevano al regime. Guardate il quadro qui sopra, intitolato Una presa di tabacco (1912): la figura del rabbino, i colori, i gesti rompono con la tradizione e sono disturbanti, nella visione nazista. Che ammetteva un’arte ispirata al classicismo e detestava espressionismo, dadaismo e qualsiasi corrente d’avanguardia. In sintesi, qualsiasi novità.

D’altronde, se Adolf Hitler fosse stato un giovane artista talentuoso, e se fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna, la storia del Novecento sarebbe stata differente. Hitler era un pittore modesto e didascalico. Come dimostra il vaso di fiori qui sopra, una delle sue opere. L’idea di arte che Hitler sviluppa quando diventa un leader politico prende le mosse da qui.

Quadri venduti per comprare armi
I nazisti non si limitarono a esporre i quadri che disprezzavano, additandole al pubblico ludibrio. Come ricorda il docufilm La grande paura di Hitler. Processo all’arte degenerata, migliaia di opere negli anni Trenta furono bruciate. Altre furono sequestrate e vendute all’estero. Il ricavato venne utilizzato per foraggiare l’industria bellica.
Comunque i nazisti non se la presero solo con i pittori e gli scultori. È bene ricordare che anche la letteratura. la musica, l’architettura ebbero le loro vittime. Il regime odiava il jazz e le forme ideate dai progettisti del Bauhaus. Gli esponenti non allineati del mondo della cultura che non riuscirono a scappare all’estero per tempo finirono nei campi di concentramento, dove persero la vita. Per le loro origini ebraiche, ma anche per le loro idee e per quello che rappresentavano.
Foto: courtesy ufficio stampa Nexo Studios
