L’ARTE RAZZIATA DAI NAZISTI di Fabio Isman

 

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L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra di Fabio Isman ci racconta una pagina di storia che, a distanza di 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non si è ancora chiusa. Ci racconta del più grande furto mai perpetrato. Oltre 100 milioni di oggetti (quadri, opere d’arte profane e di uso religioso, gioielli – libri esclusi) portati via in tutta Europa ai loro proprietari, persone fisiche e istituzioni. I dipinti e le sculture ancora da ritrovare sarebbero almeno 100 mila. Fabio Isman, quotidianista, da anni si occupa di arte. Ha dedicato anche altri libri alle opere sparite, rubate, saccheggiate. Nelle storie raccontate in quest’ultimo libro, i mandanti hanno un nome ben noto non solo agli specialisti, ma a qualsiasi studente.

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Ladri d’arte: Adolf Hitler e Hermann Göring

Eccoli, in posa per la foto ufficiale: Adolf Hitler (1889-1945), Führer e cancelliere del Reich, e Hermann Göring (1893-1946), maresciallo del Reich, numero due del regime nazista. Entrambi con il pallino dell’arte. Hitler, artista mancato – fu respinto per due volte agli esami d’ingresso all’Accademia di Belle Arti di Vienna –  sognava di creare a Linz il Führermuseum dove avrebbe ospitato le opere d’arte più importanti d’Europa, in primis tedesche, ma anche francesi, italiane, olandesi. Il museo doveva glorificare il suo nome a imperitura memoria e la sua sublime selezione.

Göring era un collezionista famelico: vantava la più grande collezione privata d’Europa, ospitata dalla sua megavilla, Carinhall. «Un piccolo borghese e uno scherano, ma di nobili origini e megalomane. Erano entrambi voraci e onnivori», così li descrive Fabio Isman. L’uomo di Hitler era Hans Posse, ex direttore della Pinacoteca di Dresda, incaricato di requisire opere d’arte per il Führermuseum. L’esercito e tutto il Reich avevano l’obbligo di supportarlo nell’impresa.

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Ritratto di Adele Bloch Bauer I

Il ritratto di Adele di Klimt

Le leggi di Norimberga del 1935 costrinsero molti ebrei tedeschi ad andarsene. Con il passare del tempo, diveniva sempre più difficile varcare la frontiera portando all’estero i beni personali. Fra gli imprenditori e i professionisti tedeschi dell’epoca, c’erano molte persone di religione israelitica, che erano anche collezionisti d’arte. Per scappare, spesso dovettero vendere frettolosamente e per pochi soldi i loro quadri. A prezzi stracciati che non riflettevano il valore reale di mercato. Con l’inasprirsi della situazione e la deportazione nei lager, i beni privati vennero confiscati.

Isman ricostruisce le storie legate a opere importanti, sparite o requisite al tempi del nazismo e spesso riemerse in epoca recente. Anche il celebre Ritratto di Adele Bloch Bauer I dipinto da Gustav Klimt nel 1907 e oggi conservato alla Neue Galerie di New York, ha vissuto una lunga peripezia. Adele Bloch Bauer (1881-1925), regina dei salotti viennesi, fu una musa del pittore: bella e sensuale, appare in molte opere, tra la celebre Giuditta I e due ritratti, di cui uno a figura intera del 1912 (foto qui sotto). Adele non fa in tempo ad assistere al cataclisma portato dal nazismo: muore di meningite a 43 anni.

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Ritratto di Adele Bloch Bauer II

135 milioni di dollari all’asta

Il marito fugge in Svizzera nel 1938 e i quadri di famiglia, razziati dai nazisti, finiscono al Belvedere Museum dove, come ricorda Isman, il più celebre ritratto di Adele viene arianizzato col titolo “Donna in oro”, per cancellare il nome della donna, che era di origini ebraiche. Bloch muore nel 1945 e una degli eredi, la nipote Maria Altmann, è decisa a riavere il quadro. Dopo una serie di vertenze legali negli Stati Uniti e in Austria, nel 2006 il ritratto assieme ad altri quadri viene riconosciuto come suo e parte per gli Usa. L’opera è poi venduta da Christie’s per 135 milioni di dollari al miliardario americano Ronald Lauder, figlio di Esteé – fondatrice dell’azienda di cosmetici – e presidente del Congresso Ebraico Mondiale, che la farà esporre a New York, secondo il desiderio di Maria.

A questo punto vi domanderete che fine ha fatto il ritratto numero due (qui sopra). È stato comprato da Oprah Winfrey e poi venduto a un collezionista, pare cinese. Peccato, viene da dire. In Austria, al Belvedere, potevano essere ammirati da chiunque. In origine, però, era un’opera privata, rubata dai nazisti. E ora, il secondo ritratto è tornato a essere privato. Con buona pace di chi, come me, adora Klimt: potremo continuare a vederlo nei libri d’arte.

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Un gruppo di Monuments Men – foto Thomas Carr Howe Papers, Archives of American Art

I salvatori dell’arte razziata

Il libro L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra dedica spazio anche alle imprese dei Monuments Men americani, uno speciale reparto costituito da storici dell’arte, curatori, docenti universitari e direttori di musei, incaricati dal presidente Eisenhower di ritrovare le opere saccheggiate dai nazisti. Le loro avventure sono finite nel film diretto e interpretato da George Clooney.

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In Italia abbiamo avuto eroi oggi dimenticati, come Pasquale Rotondi (nella foto qui sopra), soprintendente delle Marche a Urbino a partire dal 1939. Come racconta Isman, riuscì a nascondere circa 8000 capolavori dell’arte italiana. Un salvataggio eroico. Già, perché il libro L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra parla chiaro: non tutte le opere razziate dai nazisti sono tornate a casa a fine guerra. I problemi legali, gli acquisti in buona fede da parte di chi non conosceva il passato di un’opera, le difficoltà a rintracciare gli eredi rendono il tema delle restituzioni ancora complicato. Fabio Isman ricostruisce molte vicende, avvincenti come un giallo, se non fosse che legano l’arte al più efferato genocidio del Novecento.

Info: L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra di Fabio Isman. Società Editrice IL Mulino, 226 pp., 17 euro

 

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