UNA STRADA SENZA NOME di Kapka Kassabova

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Una strada senza nome è il quarto libro di Kapka Kassabova pubblicato da Crocetti, editore che – con la collana Mediterranea – ha permesso al lettore italiano di scoprire o riscoprire autori noti (e non) dell’area balcanica. Kassabova vive in Scozia, ma è nata e cresciuta a Sofia, in Bulgaria. Tutti i suoi libri precedenti sono legati alle sue radici macedoni e bulgare e sono fantastici reportage con tocchi etnografici. È come se questa donna che ha scelto di vivere lontano dalla sua terra d’origine sentisse comunque un richiamo irresistibile che la spinge, ogni tanto, al nostos: a ritornare per indagare, per parlare con le persone.

In Una strada senza nome, pubblicato in inglese nel 2008, Kapka Kassabova sceglie la strada del memoir nella prima parte, in cui racconta la sua infanzia e la sua adolescenza bulgare, fino al trasferimento della famiglia dapprima in Gran Bretagna e poi in Nuova Zelanda, ovviamente dopo il 1989. Nella seconda parte, dopo quindici anni di vita all’estero, la trentenne Kassabova rimette piede in Bulgaria e torna a rivedere amici, parenti e luoghi che sono legati ai suoi ricordi. La narrazione intreccia una Bulgaria del vissuto personale a quella del presente post comunista, arricchita da informazioni e storie che solo un “local” può conoscere. Una formula che anticipa, in qualche modo, l’approccio dei libri successivi di Kassabova.

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Il monte Vitosha visto da Sofia © Wikipedia

Bulgaria, “un paese senza volto”

Kapka Kassabova confessa fin dal prologo di aver vissuto il desiderio di sbarazzarsi di due cose: del suo passato bulgaro e del bisogno di dare una risposta a chi le chiedeva “di dove sei”. Per gli occidentali, la Bulgaria – scrive – è un paese senza volto. E per riempire questo vuoto , l’autrice sceglie di raccontare il viaggio del popolo cui appartiene, utilizzando la sua storia personale. Dal 1973 al 1990, Kapka ha vissuto nella Bulgaria comunista. In una Sofia che definisce “sgradevole e incolore”.

Delizioso e graffiante è il suo racconto della sua infanzia in un appartamento situato in strada di cui nessuno conosceva il nome – da qui, il titolo del libro – nel condominio Gioventù 3, blocco 328. A scuola la gita dal sapore di un pellegrinaggio era per tutti al Mausoleo del Grande Leader Georgi Dimitrov, perfettamente mummificato e conservato nel centro di Sofia per la venerazione delle folle.

Nella mente di Kapka bambina, la sua Bulgaria agricola, dove non scarseggiavano verdure, pomodori e angurie, era meglio del grande alleato sovietico dai negozi sempre vuoti “dove la gente faceva chilometri di coda senza sapere cosa avrebbe comprato perché andava bene qualsiasi cosa, e se ce l’avevano già avrebbero potuto scambiarla con altro”.

Il mausoleo di Georgi Dimitrov a Sofia © Wikipedia

La Bulgaria comunista, luogo misterioso

Se in Occidente si sapeva a malapena che la Bulgaria esistesse, come si vivesse durante il comunismo era, ed è, un tema totalmente sconosciuto. Posso immaginare lo stupore del lettore di Una strada senza nome di fronte alla descrizione di questa infanzia bulgara. In questo senso, il libro è assolutamente sorprendente e alcune storie possono sembrare incredibili. Ma è tutto vero.

Nel 1980, 1981 e 1982 ho trascorso una settimana in Bulgaria per tre estati. Senza nessuna motivazione politica: ero una ragazzina che aveva solo voglia di scoprire il mondo. Non sto a raccontarvi perché ero finita proprio in Bulgaria, vi dico solo che non ero assolutamente interessata alla Guerra Fredda e al comunismo. Andavo a trovare un’amica che era una lontana cugina, con la quale comunicavo in tedesco (stentato il mio, migliore il suo) e nel frattempo imparavo qualche parola di bulgaro. È stato l’inizio di una fascinazione che alcuni anni  dopo mi avrebbe portato  a studiare il russo all’università: amavo il suono delle lingue slave.

Un viaggio nel tempo e nello spazio

La Bulgaria di Kapka bambina coincide con i miei ricordi di turista, allibita di fronte ai negozi semivuoti e a quella mummia che anch’io ho visto, senza capire allora perché quell’uomo non fosse sepolto da qualche parte, come tutti gli altri. A noi pochi stranieri, erano destinati gli hotel di Balkantourist: edifici decadenti e sporchi quando Kassabova torna in patria negli anni Duemila, ma negli anni Ottanta ancora ben tenuti e fiore all’occhiello della propaganda. Ai miei occhi di ragazzina, poco abituata a hotel di grandi dimensioni, sembravano palazzi avveniristici.

La Bulgaria dei miei ricordi rimane uno scrigno di curiosità: l’incanto dei quartieri antichi di Plovdiv, il mio primo tuffo nel Mar Nero a Burgas – il mare dei miei nonni paterni, originari del Ponto -, la bellezza della valle delle rose… Leggendo il libro Una strada senza nome come in uno specchio ho visto spesso i miei ricordi riflessi in quelli dell’autrice e soprattutto ho trovato molte risposte a interrogativi rimasti sospesi nel tempo. Dal 1982 non ho mai più rimesso piede in Bulgaria, ma grazie a Kassabova credo di averci viaggiato di nuovo. È il potere magico dei libri.

Un tributo alla memoria

Anche in Una strada senza nome, come negli altri suoi libri, Kassabova è una cantastorie pazzesca. Nella seconda parte, seduce con i suoi viaggi in angoli remoti della Bulgaria e con vicende sconosciute. Dai ricordi di chi è stato nel campo di lavoro comunista di Skravena al monastero di Rila con il suo eccentrico fondatore, che aveva tentato di autoimbalsamarsi da vivo. O ancora, con il Parco dello Strandja, al confine con la Turchia, terra presidiata da cecchini che ai tempi della cortina di ferro colpivano tedeschi, polacchi, bulgari, ungheresi, rumeni che tentavano di varcare la frontiera rincorrendo il sogno di andare in Occidente. Il libro di Kassabova è un’autentica miniera di storie e un tributo alla memoria. Perché per quanto odiosa possa essere la terra in cui si nasce e si cresce da bambini, il legame con essa è un cordone ombelicale difficile da recidere.

Dimenticavo, un’ultima cosa: il Mausoleo a Georgi Dimitrov è stato raso al suolo nel 1999. Grazie a Kapka Kassabova per avermelo detto. Poiché negli anni Ottanta ero una ragazzina che viaggiava senza una macchina fotografica, di questo edificio scomparso mi accontenterò di serbare il mio sbiadito ricordo.

Info: Una strada senza nome di Kapka Kassabova. Crocetti Editore, 359 pp., 22 euro

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