Prima antologica italiana di ISAAC JULIEN a gres art 671

Inglese di origine caraibica, Isaac Julien è un artista notevole. Ha un’aria da ragazzino, ma in realtà ha una carriera ultratrentennale alle spalle. Artista e filmmaker, nelle sue opere riesce a plasmare qualcosa di inedito attraverso un originale accostamento fra videoimmagini, fotografia, architettura, scultura, pittura. Le sue installazioni non hanno solo una finalità estetica, ma veicolano messaggi, storie, idee. Trasmettono emozioni e sensazioni e non lasciano indifferente il visitatore.
Per la prima volta in Italia, gres art 671 di Bergamo presenta una grande mostra antologica di sir Isaac Julien – è anche baronetto per investitura della regina Elisabetta – per scoprire questo grande artista contemporaneo. Alla conferenza stampa di presentazione della mostra intitolata Museum Dreams, erano presenti l’artista e il guest curator Nathan Ladd, oltre al presidente di gres art 671 Roberto Pesenti.

Il mondo è pieno di guerre, perché andare una mostra di arte contemporanea?
«Sono tempi bui, ma arte e cultura hanno un potere salvifico. Il desiderio di sognare, la fruizione della bellezza sono importanti e regalano speranza», ha detto Francesca Acquati, general manager di gres art 671. E come darle torto? La mostra di Isaac Julien «ci fa viaggiare nel tempo e nello spazio, ci trasporta in mondi diversi». Abbiamo terribilmente bisogno di liberare la fantasia ed entrare in una dimensione onirica, dove le installazioni sollecitano i nostri sensi. Non serve essere esperti di arte contemporanea: Isaac Julien si rivolge a tutti indistintamente. Ciascuno può sperimentare qualcosa di diverso e di personale. Varcare la soglia d’ingresso della mostra è dunque l’inizio di un’avventura visiva, sonora, sensoriale.

Che cosa è esposto in Museum Dreams di Isaac Julien a gres art 671?
Il visitatore trova cinque grandi installazioni composte da video multischermo, delle quali quattro sono inedite in Italia. Sono accompagnate da immagini fotografiche dell’archivio dell’artista, sculture, suoni. The Long Road to Mazatlán (1999) usa la danza come dispositivo narrativo e spaziale. Vagabondia (2000) e Baltimore (2003) sono due cortometraggi che hanno al centro il tema del museo (nel secondo, figurano anche paesaggi urbani). In Lina Bo Bardi: A Marvellous Entaglement (2019) il visitatore-spettatore è letteralmente circondato da nove schermi diversi che trasmettono immagini con angolature e persino protagonisti differenti. L’architetta brasiliana di origine italiana compare e racconta la sua visione dell’architettura, del tempo – che è lineare solo nel pensiero occidentale – e ci accompagna all’interno di alcune sue iconiche creazioni: il Museo d’Arte di San Paolo, il complesso SESC Pompéia, il Teatro Oficina.

La quinta installazione, Once Again… (Statues Never Die) (2022) a cinque schermi è l’apogeo di tutto il percorso. Qui si intrecciano due temi cari a Isaac Julien. Da una parte, il ruolo del museo – che non deve essere mausoleo, ma luogo vivo – la sua funzione, le modalità di fruizione del contenuto, che troviamo anche in Vagabondia e Baltimore. Dall’altra, l’arte africana, il processo di espropriazione degli oggetti (maschere, statue, ecc.) da parte delle potenze coloniali e loro musealizzazione, la riscoperta da parte degli afrodiscendenti in America come eredità identitaria. Quest’installazione è accompagnata da una selezione, operata dall’artista, di opere provenienti da collezioni di arte africana.

C’è un percorso espositivo da seguire?
No. Nel padiglione di gres art 671 le installazioni creano a volte ambienti chiusi e immersivi, ma finestre e squarci consentono la visione di più installazioni contemporaneamente. Isaac Julien vuole che che il visitatore diventi un “mobile spectator”, uno spettatore mobile, in movimento come le sue immagini, mai costretto a seguire un percorso imposto e a guardare da un’unica prospettiva, come avviene in genere nei musei. Il visitatore diventa protagonista attivo, sceglie il suo percorso di visione. Cambiando posizione e spostando lo sguardo interagisce con l’installazione in modo soggettivo. La pluralità di schermi e le differenze nelle immagini in movimento consentono un’esperienza visiva di libertà, che esula dalla posizione convenzionale di fruizione delle immagini, per esempio, del cinema o di altre modalità più univoche di videoarte. Isaac Julien ha parlato della creazione di “spazi di speranza dove esplorare insieme il futuro che vogliamo da da punti di vista multipli”.

Che cosa si evidenzia nell’approccio di Isaac Julien?
L’artista è capace di imbastire narrazioni stratificate, su più livelli: storico, istituzionale, corporeo, visivo e spaziale. Personalmente ho apprezzato molto la sua impronta di artista nero contemporaneo. La presenza di personaggi e corpi neri come protagonisti – in Vagabondia c’è anche la voce di sua madre che parla in creolo – il rapporto degli afrodiscendenti con l’arte occidentale e con l’arte africana: sono temi che è raro incontrare. Sono affascinata da uno sguardo che non può che essere diverso, perché un artista afrodiscendente – pur avendo studiato nelle scuole occidentali e operando in Occidente – ha comunque radici lontane che lo riportano a una visione diversa. A un’arte che non ha finalità estetica, ma religiosa, identitaria e comunitaria, che non nasce per essere collezionata.
L’installazione Once Again… (Statues Never Die) è significativa. Julien qui costruisce una conversazione immaginaria fra Albert Barnes, magnate americano bianco, collezionista anche di arte africana, e Alain Locke, afroamericano e padre del movimento artistico e culturale detto Harlem Renaissance, nato negli anni Venti. I due si incontrarono realmente, iniziarono a collaborare ma giunsero a un punto di rottura, perché avevano visioni diverse.
La mostra Museum Dreams è accompagnata da un catalogo, il primo in italiano dedicato a Isaac Julien. È visitabile fino al 4 ottobre 2026.
Info: gres art 671
