L’EFFETTO LUCIFERO. CATTIVI SI DIVENTA? di Philip Zimbardo

Chi è Lucifero, e che cos’è l’effetto Lucifero? Lucifero, il “portatore di luce”, era l’angelo più amato da Dio, un modello di perfezione che peccò di superbia e orgoglio perché voleva diventare simile al Creatore. E così viene gettato negli inferi, dove diventa Satana. È l’emblema del buono che diventa cattivo. In questa accezione, si deve intendere il titolo del libro di Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?

Una lunga ricerca sui sistemi totalitari e i genocidi
Sono circa 30 anni che leggo libri di storia e saggi sui sistemi totalitari. Ho letto così tanti libri sul nazismo che potrei essere presa per una simpatizzante di Adolf Hitler da chiunque desse un’occhiata alla mia biblioteca. Non mi sono limitata a scavare per capire come nasce un sistema totalitario, ma ho studiato le vite dei gerarchi, le loro famiglie, le reazioni dei loro figli e nipoti alla fine della guerra. Sono andata a visitare gli scenari: a Norimberga mi sono sporta dal palco dove stavano Hitler e la sua cricca, quasi a interrogare le pietre per scoprire qualcosa in più su di loro, sulle persone che sono state. Ovviamente mi sono vista i video dell’epoca disponibili online e le riprese di Leni Rieffenstahl.
Ho letto di tutto sui campi di concentramento e di sterminio, cercando di comprendere anche il comportamento delle figure più in basso nella gerarchia: i kapo, le guardie. Ho ascoltato con interesse la voce di Helga Schneider, che da bambina è stata abbandonata dalla madre, fervente nazista, che ha scelto di lavorare in un lager. Ma non mi sono fermata ai nazisti. Ho frequentato i crimini staliniani, le dittature sudamericane ed efferati genocidi come quello dei cristiani dell’Impero Ottomano, degli herero e dei nama in Namibia e dei tutsi in Ruanda.
Come si diventa ingranaggi del sistema?
La domanda che ha ispirato tutte queste mie letture è una sola: come può un intero popolo, come possono singole persone “normali” trasformarsi negli ingranaggi consenzienti di una macchina di sterminio, come è accaduto in Germania o in Ruanda? Come può un militare eseguire degli ordini spegnendo il cervello e il cuore, senza mai chiedersi “sto facendo la cosa giusta”? Molte risposte le avevo già trovate: un genocidio richiede la disumanizzazione del nemico, che viene attuata dal sistema attraverso l’ideologia e la propaganda. Non è qualcosa che nasce da un giorno all’altro: si costruisce poco alla volta, finendo per rendere accettabile quello che non lo è. E avviene anche perché l’assassino ha qualcosa da guadagnare, portando via i beni dell’altro (case, aziende, terreni, soldi). Il libro di William S. Allen Come si diventa nazisti è una lettura illuminante.
Però un dubbio mi era sempre rimasto: chi aveva compiuto i crimini più efferati, probabilmente aveva in sé una dose di sadismo o una psicopatologia, incoraggiati a emergere dal sistema. Esempio: ho sempre detestato il mio vicino di casa ma non potevo ucciderlo. Quando lo Stato mi incoraggia a denunciarlo, mi sento legittimato a farlo e a diventare così parte attiva nella sua eliminazione.

Poi è arrivato Philip Zimbardo…
Poi mi sono imbattuta nel libro di questo professore di Sociologia e psicologo, Philip Zimbardo (1933-2024), americano con origini siciliane, e ho trovato le risposte ai miei interrogativi ancora aperti. Non conoscevo né Zimbardo, né il suo Esperimento carcerario di Stanford, svoltosi nell’agosto 1971. Ringrazio Roberto Escobar, autore della prefazione dell’edizione italiana, per avermelo segnalato. È stata una lettura epifanica. Ad agosto, complice un periodo di pausa dal lavoro, sono scivolata nelle 659 pagine di questo saggio e le ho divorate.
Zimbardo crea nei sotterranei dell’ateneo un finto carcere con due squadre, una di guardie e una di ladri. Era interessato a capire i meccanismi di adattamento al carcere, quindi aveva pubblicato un annuncio fra studenti e laureati in cui cercava dei volontari, che sarebbero stati retribuiti 15 dollari al giorno per calarsi nella parte. Le persone vengono selezionate facendo attenzione che siano individui “normali”, senza psicopatologie particolari. Giovani né sadici, né masochisti. Certo, ognuno con il suo carattere ma tendenzialmente quello che definiremmo “brave persone”. Casualmente vengono divisi fra guardie e prigionieri. E scatta l’esperimento.
Il gioco di ruolo degenera
Per 15 giorni, i carcerati devono sopravvivere in questa prigione, in condizioni disagevoli (per esempio, non ci sono bagni nelle celle, devono chiedere il permesso per andarci scortati e con un sacchetto di carta in testa). Quello che sembra un gioco di ruolo, molto rapidamente degenera. Le guardie stabiliscono le regole da rispettare e presto iniziano abusi e giochi di potere. Nessuna violenza fisica, in quanto era tassativamente proibita, ma la violenza psicologica è un crescendo. I prigionieri vengono tormentati con inutili appelli prolungati e sempre più cervellotici (per indurre all’errore e punire), privazioni del sonno, punizioni arbitrarie che fanno finire il malcapitato in isolamento, digiuni. In meno di una settimana, giovedì (l’esperimento era iniziato domenica) si giunge anche alla simulazione della violenza sessuale omofoba per umiliare e per affermare il potere sui corpi e sulle menti.
La seduzione del Male
Zimbardo e il suo team, che sovraintendono il carcere universitario fasullo, vedono tutto. Ci sono registrazioni e video. Eppure, a nessuno – Zimbardo incluso – viene in mente che si è già andati troppo oltre. Quello che era terreno di studio sta diventando un carcere reale, che imprigiona la mente di guardie e prigionieri. Questi ultimi sono così succubi che non si avvalgono neppure del potere che hanno, per contratto, di interrompere in qualsiasi momento l’esperimento, di uscirne quando non se la sentono più di rimanere.
Zimbardo è sedotto dal Male che ha evocato e che ha trasformato le guardie da ragazzi normali, consapevoli di avere a che fare non con delinquenti ma con giovani come loro, in qualcosa di mostruoso. E il ricercatore che è in lui lo spinge a continuare, per capire fin dove si può arrivare. Fino a che punto può spingere l’assenza di freni morali che lui stesso ha creato. Per fortuna, una persona esterna – la psicologa Christina Maslach – entra nel carcere, si rende conto della situazione e convince Zimbardo a interrompere l’esperimento.

Concluso l’esperimento, con la pazienza di un entomologo Zimbardo ascolta i protagonisti, analizza, critica. Mette sul banco degli imputati in primis se stesso, per non essere intervenuto prima. Ma l’Esperimento carcerario di Stanford entra nella Storia, diventa un modello per altri esperimenti e un punto di riferimento per chiunque, come me, si era posto la domanda: cattivi si nasce o si diventa? In sintesi, Zimbardo non crede a una predisposizione (personale, caratteriale) al Male. Le sue guardie erano bravi ragazzi qualsiasi, che diventano mostri. Già, e allora come avviene questo passaggio?
Le conclusioni dell’Esperimento
È la situazione che può indurre persone “normali” a diventare aguzzini. Perché questo avvenga occorre a monte un sistema, che si avvale di un’ideologia “i cui valori e il cui potere creano le situazioni e impongono i ruoli degli attori e le aspettative di comportamento conforme all’interno delle sue sfere d’influenza”, scrive Zimbardo. Nel caso dell’Esperimento, le guardie rispondono a un’aspettativa del professore e del suo team, che sono il sistema: se la situazione impone il rispetto delle regole, le guardie eseguono e si spingono sempre oltre, senza curarsi del male che fanno, perché si sentono legittimati a farlo.
Trasponiamo quest’idea nel sistema nazista: Hitler architetta la soluzione finale, un’intera società esegue gli ordini spegnendo la propria coscienza individuale, che direbbe di non uccidere, perché l’obiettivo finale è presentato come il bene per la società – liberare il mondo da persone demonizzate e disumanizzate – anche se per raggiungerlo occorre fare il male. Così nascono i mostri. Ovviamente questa è una sintesi estrema.
Il libro è ricchissimo di storie ed esempi e si sofferma soprattutto sul caso degli abusi e le torture di Abu Ghraib, perpetrati dall’esercito americano, un tema di cui Zimbardo si è occupato. In quanto avvenuto nel carcere di Abu Ghraib è possibile riscontrare aspetti sinistramente simili all’Esperimento carcerario di Stanford. Con una differenza fondamentale: in Iraq non era finzione.
Il libro: L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? di Philip Zimbardo. Raffaello Cortina Editore, pp.734, 2008.
