LUCCIOLA, un libro di Natalia Litvinova

Lucciola di Natalia Litvinova è il memoir di un’infanzia sovietica, in un angolo sperduto della Bielorussia. Scarno ma efficace, diretto ed essenziale, a tratti sa essere anche onirico. La voce narrante è quella di Natalia. Sua madre Tamara è nata nell’anno in cui è morto Stalin, il 1953. Lei nel 1986, l’anno dell’incidente alla centrale nucleare di Černobyl. Sono trascorsi 40 anni da quel 26 aprile in cui anche in Italia abbiamo smesso, per un periodo, di bere latte e di consumare verdura, per timore di una contaminazione portata da lontano dal vento.

La città abbandonata di Pripyat, a pochi chilometri dalla Bielorussia. Foto Wikipedia

Allora ancora non sapevamo che cosa fosse successo a chi viveva nei dintorni della centrale, che si trovava a 130 km a nord di Kiev. E soprattutto, associando Černobyl all’Ucraina, c’è stato poco interesse sulle sorti della Bielorussia: il disastro è avvenuto a pochi chilometri dai suoi confini. Con il suo libro, Litvinova ci racconta questa parte della storia, che è la sua.

Brilleremo al buio come lucciole

L’autrice di Lucciola è originaria di Gomel, mezzo milione di abitanti e seconda città della Bielorussia. Siamo a 160 chilometri dalla centrale, a seconda di come tira il vento ci vuole poco a trascinare la nube radioattiva e a diffondere il veleno attraverso la pioggia e la neve. Il 24 aprile, sua madre si trovava nel villaggio della nonna, Krjuki, ancor più vicino alla centrale. Era incinta della sua bambina. Natalia cresce fra mezze verità, nell’ignoranza che il regime alimenta, perché dell’incidente e delle sue conseguenze non si ha voglia di parlare.

Quando, anni dopo, sua madre cerca una casa a Mosca, i proprietari vengono a sapere che la famiglia è originaria di Gomel. «Ci mandarono via, dissero che non volevano saperne niente di noi perché avremmo potuto contaminare tutto l’edificio. Ci chiamarono “lucciole” come se fosse un insulto». Lucciole: una parola che usavano i bambini, dicendo che erano radioattivi e che un giorno avrebbero brillato al buio. Da qui, il titolo del memoir di Natalia Litvinova.

Natalia LItvinova. Courtesy La Tartaruga.

La vita drammatica della nonna Katerina

Lucciola non è solo il racconto di quegli anni, in un’Unione Sovietica ormai giunta al capolinea. Dove si poteva essere così disperati e incoscienti da andare a raccogliere la frutta nella zona radioattiva proibita. Litvinova apre anche una finestra sul passato familiare, attraverso le vicende di sue nonna materna Katerina, deportata da adolescente nella Germania nazista e poi al rientro condannata dal regime comunista a tre anni di lavori forzati nelle paludi della Polesia – una regione al confine fra Ucraina e Bielorussia – come traditrice.

Scrivere è come fare un’immersione

Nell’ultima parte di Lucciola, l’autrice affronta la partenza per l’Argentina alla ricerca di un futuro migliore, in un’economia collassata dopo la fine dell’Urss. Ma Buenos Aires non è il paradiso sognato e la famiglia si disintegra. Con la scrittura, Natalia cerca di rimettere insieme i cocci di questo vaso rotto, di dare un senso alla sua esistenza. «Scrivere è come fare un’immersione. Il peso mia storia mi fa sprofondare. Conoscere il fondo e non scordarlo è volare oltre», dice.

Con questa operazione l’autrice restituisce dignità al passato delle donne della sua famiglia, ai sacrifici di sua madre e al padre cui era legata da bambina. Leggendo le sue parole, si intuisce la storia di un intero paese, l’asprezza della vita da generazioni senza soluzione di continuità, l’abitudine a subire senza poter protestare. Cuori induriti, inevitabilmente. E lacrime che, come racconta Litvinova, non escono  più, neppure quando dovrebbero.

Info: Lucciola di Natalia Litvinova. Traduzione dallo spagnolo di Elisa Tramontin. La Tartaruga, 250 pp., 20 euro

 

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